Marcello Pera su «Fede e cultura»

Dalla presentazione di giovedì 3 Maggio 2012 presso la Sala dei Cento Giorni – Palazzo della Cancelleria – Roma (con il card. Julian Herranz – qui un estratto del suo intervento)

Questa è la terza volta nella mia vita che io mi trovo a confrontarmi con il pensiero filosofico di Mons. Negri. Non che sia la terza volta che lo incontro, è la terza volta che medito sul suo pensiero filosofico.

La prima è proprio quando, ancora non lo conoscevo, bazzicando la filosofia mi imbattei in quest’opera di Mons. Negri su Hobbes. E ne rimasi colpito perché, era ovvio c’era scritto che l’autore era un prete.

Perché Hobbes è un autore che è un po’ sulfureo dal punto di vista della Chiesa cattolica; perciò ne rimasi colpito, sia per l’interesse per questo autore, sia anche per le cose assennate, profonde e per l’interpretazione che Mons. Negri dava di Hobbes.

Qual è la tesi di Mons. Negri su Hobbes e sulla modernità?

La tesi è nota ed è una tesi corretta, e cioè a partire da Hobbes, convenzionalmente perché poi gli anni possono cambiare, si può retrocedere ancora un po’ rispetto al Seicento di Hobbes, c’è una rottura nella cristianità e nella cultura politica. C’è una cultura politica prima di Hobbes e c’è una cultura politica dopo di Hobbes; e Hobbes appunto rappresenta l’elemento di crisi. Perché?

In quel libro Mons. Negri lo spiega. C’è un cambiamento di antropologia, cambia il modo con cui si vede l’uomo. L’uomo pre-hobbsiano, l’uomo medioevale è un uomo sottomesso a Dio, alla legge naturale, la quale legge naturale dà all’uomo i criteri del bene e del male.

Ma l’uomo hobbsiano non è così; l’uomo hobbsiano è un signore, un individuo singolo, nel senso di atomo, che è dotato di un diritto fondamentale, uno, che è il diritto della autoconservazione, dal quale diritto Hobbes fa discendere unaserie di tanti altri diritti. Ma discendono come le conseguenze discendono dalle premesse.

Fotografia di Marcello Pera

Marcelllo Pera

Se l’uomo ha il diritto fondamentale all’autoconservazione ne segue che l’uomo ha tanti altri diritti. Nel Leviatano a partire da quel primo diritto nel cap 14 Hobbes ne menziona almeno 15 di altri diritti dell’uomo, impliciti in questo. Cosa è che è tipico in questo modo di ragionare? Che cosa è accaduto lì? È che in tutto questo non c’è Dio. Perché il principio fondamentale che è l’autoconservazione e le conseguenze del principio, sono i diritti derivati dal diritto di autoconservazione. Qui Dio non c’è più, Dio scompare. E lì si misura il dramma, lo chiama così Mons. Negri, il dramma dell’antropologia del cambiamento, dell’antropologia della modernità. Dramma fondamentale del nostro tempo, è un’espressione che ovviamente ricorda quella di De Lubac, il dramma dell’umanesimo ateo.

Come è lo stato di Hobbes? C’è un individuo che ha un diritto fondamentale, l’autoconservazione, quindi bisogna difendersi, ne va della sua vita. Quindi se trova accanto a sé un altro individuo, con cui ha delle relazioni non pacifiche, ha anche il diritto a usare le armi. Ma se fa così c’è il famoso bellum omnium contra omnes. Allora quell’individuo, per conservare il proprio diritto alla vita, cosa fa? Si inventa lo stato e gli cede tutti quei diritti originari e tutti quelli che ne seguono: tu stato sei l’autore di tutti questi diritti e la tua funzione è quella di conservarli, la autoconservazione della vita.

Il Leviatano, questo mostro che spoglia l’uomo della sua essenza, della sua umanità, la prende su sé stesso e diventa l’arbitro della sua vita. È il Seicento, sembra di parlare il linguaggio di oggi, lo diceva già il direttore Bechis, perché oggi è accaduto così, abbiamo ceduto tutto allo stato.

I nostri stati, non occorre stare in Parlamento e fare il senatore per capire una verità così, i nostri stati legiferano su tutto, magari legiferassero, ci rubassero soltanto i diritti di carattere economico, no, legiferano su tutto. Non c’è elemento della persona umana e della vita umana, dalla culla alla bara, come si dice, che non sia di proprietà della legislazione dello stato. E guardate che gli stati legiferano su questo, cioè si vota su questi diritti fondamentali, nonostante gli stessi stati, ivi compreso il nostro stato, nelle loro carte costitutive abbiano delle dichiarazioni impegnative secondo le quali essi stati, si impegnano – la parola è sempre la stessa, il verbo è sempre lo stesso, in tutte le costituzioni e a partire dal 1789 – a riconoscere i diritti dell’uomo. Questa cosa è scritta per la prima volta nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, è riscritta nel 1789 nella dichiarazione dei diritti dell’uomo, è riscritta tante volte fino al 1948 nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E anche nel 1945 è scritta nella Costituzione italiana. Leggetele tutte le costituzioni e vedrete che questo verbo ricorre sempre.

Perché è impegnativo e importante quel verbo? Riconoscere i diritti dell’uomo vuol dire che l’uomo è un individuo che non può essere spogliato, si dice di riconoscerli, significa che ha i suoi propri diritti originari, innati, inviolabili, e tutta una serie di aggettivi che sono spesso dei sinonimi, per dire che sono suoi propri, ingeniti. Il primo documento che io conosco della Chiesa cattolica e che usa questo aggettivo, ingeniti, è la Rerum novarum. Sono suoi propri, lo stato non può toccarli, non può invaderli, non può violarli. Allora noi oggi – ecco il dramma dei cambiamenti dell’antropologia della modernità – noi viviamo in una fase in cui i nostri stati si sono impossessati delle nostre persone cioè dei nostri diritti. Viviamo in una maniera schizofrenica, perché da un lato ci riconosciamo e anzi ci esaltiamo come grande civiltà, democratica, liberale, come la volete dire, proprio perché finalmente siamo arrivati a riconoscere questi diritti inviolabili diritti dell’uomo, dall’altro lato nei nostri parlamenti ogni giorno deliberiamo su tutti questi diritti, li cambiamo, fino a quelli più delicati. Possiamo approvare anche il diritto all’aborto, che è contrario palesemente ad un diritto ingenito dell’uomo, che è il diritto alla vita. Possiamo deliberare, approvare il diritto al matrimonio omosessuale e anch’esso è contrario ai diritti costitutivi. Ecco, dunque noi siamo a questa schizofrenia.

Contro questa schizofrenia, questa situazione della modernità, che nasce con Hobbes, cioè nasce il giorno in cui l’individuo si stacca da Dio e attribuisce la sua persona allo stato, al Leviatano, contro questa schizofrenia, questo dramma della modernità o dell’umanesimo ateo, Mons. Negri adduce come terapia la dottrina sociale della Chiesa.


(Brano tratto da: Marcello Pera, Presentazione del libro di mons. Luigi Negri “Fede e cultura. Scritti scelti”, in «https://marcellopera.it»)