La vita cristiana è una storia, non un’idea

La vita cristiana è una storia, non un’idea. Su questa grande alternativa si sta giocando una delle più terribili battaglie della vita e della storia della Chiesa: se il Cristianesimo è un’idea, un’ideologia, un moralismo, un sentimentalismo, oppure la storia di Dio con gli uomini e per gli uomini. La vita cristiana è una storia, è la storia del mistero di Cristo nel mistero della Chiesa, per gli uomini, cioè per ciascuno di noi.

La vita cristiana è una storia, non un’idea. Su questa grande alternativa si sta giocando una delle più terribili battaglie della vita e della storia della Chiesa: se il Cristianesimo è un’idea, un’ideologia, un moralismo, un sentimentalismo, oppure la storia di Dio con gli uomini e per gli uomini. La vita cristiana è una storia, è la storia del mistero di Cristo nel mistero della Chiesa, per gli uomini, cioè per ciascuno di noi.

Desideriamo che riaccada in questi giorni l’avvenimento dell’incontro con Cristo, l’avvenimento che solo il Suo Spirito ha suscitato all’inizio nella nostra vita, come nella vita di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Maria di Nazareth, di Pietro, di Giacomo, di Andrea, di Giovanni, di Francesco, di Chiara. Lo Spirito crea e ricrea la faccia della terra, e la terra è la terra della nostra esistenza, la terra dei nostri sentimenti, delle nostre difficoltà, delle nostre gioie, dei nostri dolori, della grandezza dell’impeto con cui – soprattutto in certi momenti della nostra vita – un uomo sente il valore dell’ideale, e in altri momenti – misteriosamente congiunti con questo – l’uomo sperimenta la vergogna del proprio limite, o ne sente la grandezza dell’ideale ma, secondo l’immagine definita scultoreamente dalla Sacra Scrittura, vende la sua primogenitura per un piatto di lenticchie. È l’immagine terribile di Esaù, che ha perseguitato non solo la coscienza cristiana, ma anche quella laica di grandi letterati e filosofi.

Noi siamo in una storia, la storia di Cristo, la storia della Chiesa, che si è fatta storia per ciascuno di noi dal momento, totalmente a disposizione di Dio e del Suo Spirito, in cui lo Spirito di Cristo ci ha afferrato: il giorno del nostro Battesimo. Tutta la grandezza, tutta la dignità, tutta la possibilità di creatività sta dentro quel seme che ci è stato dato in modo assolutamente gratuito, in-aspettato, in-spiegabile, come l’incontro di Cristo con i primi.

Desideriamo che si rinnovi il senso della storia di Cristo nella dilatazione ampia di questa storia. La storia di Cristo è la storia del popolo cristiano, che da Lui è nato, della Sua Chiesa: la storia di Cristo è la storia di Cristo e della Chiesa.

Che si rinnovi l’evento, che è solo dello Spirito e per lo Spirito.

È lo Spirito di Cristo che abita in noi che ci fa contemporanei al Signore e ci fa co-protagonisti con Lui della nostra storia. Come vedremo, la vocazione è il punto sintetico e maggiormente responsabile di questa storia. Come faccio a rispondere alla storia di Cristo? Qual è l’immagine che meglio rappresenta tale risposta, non artificiosamente pensata a tavolino, ma emergente dalla mia storia, da quanto Dio mi ha dato, dalle doti che mi ha donato, dalle circostanze in cui mi ha immesso, dagli errori che ho fatto, dalle difficoltà, emergente in quel meraviglioso e provvidenziale convergere di tutti i fattori? Sicuramente quella di chi dice: “Ecco, è così”, “Eccomi, sono qui”.

Una storia che deve rinnovarsi nell’invocazione allo Spirito che faccia essere presente nella mia vita il Signore come l’avvenimento decisivo. Siamo uomini chiamati a partecipare a una storia, non interpreti di un libro o difensori di un ethos. Questo avvenimento ha certamente una dimensione intellettuale, ha un grande patrimonio dogmatico e magisteriale, che è l’esito di tutte le ricerche, di tutti gli approfondimenti e di tutte le inevitabili e giuste interpretazioni che ogni cristiano è chiamato a dare nel suo tempo. Tuttavia questo patrimonio non deve essere ripetuto, ma rivissuto, perché il Cristianesimo non è una dottrina e nemmeno un ideale morale. Il Cristianesimo è una storia che incombe su di noi, che ci ha coinvolto e che continuamente ci coinvolge. Solo la preghiera rinnova questa storia.

Dietro la parola “storia”, sul fondo di questa “storia”, è depositata un’altra grande categoria biblica, così dimenticata oggi perché sembra una riduzione dei diritti dei non credenti: la parola “elezione”. La storia è una storia di scelti, di eletti, di chiamati, che identificano in questa chiamata il loro nome: Mosè, Abramo, Isacco. È una storia che nasce da una elezione, da una scelta: “Non voi avete scelto me, io ho scelto voi, perché andiate, portiate frutto e il vostro frutto rimanga”( Gv.  15,16).

Siamo in un tempo in cui certi contenuti del Santo Evangelo vengono singolarmente – magari non totalmente – eliminati, passati sotto silenzio. Non c’è un rapporto diretto o immediato nella storia della salvezza fra Dio e l’umanità; c’è una grande mediazione tra Dio e l’umanità, e poi Cristo e la Chiesa. Il mondo non si salva solo per la propria coscienza, si salva per la propria coscienza rettamente intesa se nessuno lo ha coinvolto nel mistero di Cristo. Cristo e la Chiesa sono per il mondo. Per questo vive la Chiesa, per coinvolgere tutti gli uomini nel mistero di Cristo; per questo ci viene insegnato, soprattutto attraverso il magistero del grande Pio IX e dopo di lui di Leone XIII, che la Chiesa  non “fa la missione”, ma “è missione”.

Per questo chiediamo allo Spirito che si rinnovi un avvenimento. Non chiediamo allo Spirito di essere buoni: questa è una possibile conseguenza, perché essere buoni vuol dire che l’evento ci domina, che lo Spirito trovi una terra capace di essere arata, fecondata. La virtù, la santità, è il frutto di una appartenenza, non può essere un progetto.

Noi – ciascuno nel suo posto dal più basso al più alto della scala – dobbiamo combattere una grande battaglia per la ortodossia, per la coscienza esatta della fede. Dico questo perché siamo di fronte a una riduzione naturalistica del Cristianesimo. Noi cristiani, noi sacerdoti, siamo tentati di pensare che la fede sia disposizione della nostra intelligenza, una cosa che si interpreta; oppure che la fede sia il contenuto di una reazione psicologica. L’ecumenismo è importante, ma non possiamo non dire ai nostri fratelli protestanti che questa psicologizzazione della fede è uno dei contenuti – magari non voluti, ma reali – della eresia protestante. La fede non è né una cosa che si interpreta, né una cosa che si sente, tanto meno una cosa che si fa.

Intellettualismo, moralismo, psicologismo, esegetismo sono le forme per cui la fede è qualche cosa che dipende da me. La fede si riferisce a me e costituisce la sostanza profonda della mia vita, ma non dipende da me. La fede è un dialogo, è un’alleanza diseguale, come quella che ha stretto Iddio con il Suo popolo, in Noè ancor prima che in Abramo; un’alleanza diseguale in cui io mi trovo coinvolto e cui devo rispondere, e che perciò, siccome vi rispondo – come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica – con la totalità della mia intelligenza e con la totalità del mio cuore, la fede influirà sul sentimento e sull’intelligenza, ma non è il contenuto della mia intelligenza, non è il contenuto della mia sensibilità e non è il contenuto della mia psicologia e nemmeno il contenuto della mia capacità morale. Ci sono conseguenze dottrinali, psicologiche, affettive, culturali e morali, ma sono conseguenze. La fede si riferisce all’uomo, ma non è a disposizione dell’uomo.

Il valore del Cristianesimo non è di essere una delle forme storiche occidentali in cui si è coniugata la grande e universale dimensione religiosa.

Il Cristianesimo non è la religione dell’uomo che cerca Dio – ha detto il Papa nella Tertio adveniente millenium –, è la religione di Dio che ha cercato l’uomo.

L’assoluto non è il soggetto che c’è, come sostenevano Fichte, Schelling e soprattutto il nostro per tanti aspetti grande Gentile: l’assoluto è Dio che si rivela, e Dio che si rivela è oltre. Ciò è singolarmente corrispondente alla domanda di pienezza propria del cuore dell’uomo: “Il povero che grida Dio lo sente e da tutte le sue angosce lo salva”; la fides è in continuità con la ratio, ma non coincide con la ratio. La fides non è nemica, ma non è neanche il sottoprodotto della ratio. La fides è l’irrompere di un evento in cui la ratio trova una misteriosa corrispondenza con quel che desiderava e non poteva darsi.

Ho sottolineato questo non tanto per anticipare ulteriori sviluppi, ma per dire che dobbiamo stare attenti perché anche noi possiamo iniziare la nostra giornata come se svolgessimo i termini di un progetto. I progetti logorano, mentre l’amore si rinnova. Fondare la povertà, la castità, l’obbedienza su un progetto è impossibile; fondare la carità, la povertà, l’umiltà, la castità e l’obbedienza nell’avvenimento della risposta gratuita a Cristo è possibile, è reale, perché sono le forme più impegnative dell’amore a Cristo. C’è attorno a noi un clero sfiduciato anche delle proprie capacità di resistere alle tentazioni della vita sociale, perché c’è un clero che pensa alla propria vita di fede come a un programma.

A tutti noi è chiesto questo dal tempo in cui viviamo: difendere l’originalità della fede come evento in cui entrare, in cui chiedere continuamente di entrare, e chiedere che si rinnovi continuamente. Dobbiamo entrare in Cristo, come il Papa ha ripetuto innumerevoli volte, per esempio all’inizio della Redemptor hominis, in quel toccante ricordo del momento più grave e più impegnativo della sua esistenza, con l’inaspettata elezione al soglio di Pietro. È proprio qui che si impone una risposta fondamentale ed essenziale, e cioè l’unico orientamento dello spirito, l’unico indirizzo dell’intelletto, della volontà e del cuore è per noi quello verso Cristo redentore dell’uomo. Noi siamo uomini che vanno verso un altro, non che affermano se stessi, le proprie misure, la propria intelligenza, la propria moralità, le proprie doti; siamo coloro che entrano nell’evento con tutto quello che sono, senza condizioni.

Quando io varcai le soglie dell’Università Cattolica, nell’ottobre 1960, essendomi iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia, la piccola, breve, sintetica lettera di Gemelli alle matricole concludeva così: “Passerete quattro anni o cinque della vostra vita fra libri, seminari, studi, lezioni, compiti. Sappiate che noi facciamo tutto questo per Cristo, e se venisse uno a dimostrarci che l’unico modo per andare dietro veramente a Cristo, perché sia proclamato a tutti gli uomini, fosse di lasciare i libri, le lezioni, i seminari e i compiti, li lasceremmo in un istante, senza un minimo di rimpianto”. E aveva voluto (questa è rimasta ancora, una delle poche cose dei suoi intendimenti che è rimasta), che il cuore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore fosse appena entrati a destra, la cappella dove è esposto il Santissimo Sacramento, per ricordare che la cultura nasce all’interno della memoria, della devozione al mistero di Cristo, che ha nell’Eucarestia la sua espressione reale e storicamente definitiva.

La vita cristiana non è un progetto, è una inesorabile ripresa, è un inesorabile riprendere l’evento che cambia il nostro cuore: chi lo segue diventa puro, chi lo segue purifica se stesso come Egli è puro.

Dobbiamo chiedere soltanto che riaccada l’evento di Cristo come evento fondamentale, determinante, identificante; evento che diventa vocazione, risposta e responsabilità. Dobbiamo chiedere che senso ha questa vocazione alla verginità nel mondo nel carisma di Francesco. Dobbiamo chiedere che riaccada come consapevolezza dell’evento cristiano. Dobbiamo chiedere al Signore di capire di più un carisma come quello di Francesco. Dobbiamo chiedere il rinnovarsi dell’avvenimento di Cristo nella nostra vita come forma della nostra personalità, e quindi come vocazione totalmente gratuita e totalmente responsabile, perché la grazia è totalmente altra da me, ma mi lancia nella responsabilità più grande che ho nella vita: far fruttare la grazia. Come diceva il grande costruttore di cattedrali Pietro di Craon in uno dei brani di letteratura più intensi di questo secolo, L’annuncio a Maria di Paul Claudel, la cattedrale è la vita del cristiano, è la vita del popolo, è l’espressione della varietà e della grandezza della vita del popolo cristiano: “Questa cosa mia, tutta mia, che Dio abita” (Cfr. P. Claudel, L’Annuncio a Maria, ed. BUR, Milano 2001). La nostra vocazione è una cosa tutta nostra, che Dio abita.

Capire il senso profondo del carisma di san Francesco ci illumina tutti, francescani e non, a sette secoli di distanza: è un flusso che è toccato dalla sua presenza, un carisma che permane, che ha come plasmato le cose insieme alle persone, e che permane con una nettezza e con una capacità di influsso legata a certi luoghi della sua presenza storica, che parlano e influiscono sulla vita dei cristiani e della Chiesa anche oltre la capacità di testimonianza reciproca.

Una delle cose più belle scritte su san Francesco è uno straordinario volumetto di Romano Guardini, pubblicato per la prima volta in italiano da poco, ritrovato fortunosamente fra tutto ciò che Guardini ha lasciato di inedito. Rappresentava la celebrazione accademica del settecentesimo anniversario della morte di Francesco, nel 1926 (Cfr. R. Guardini, San Francesco, ed. Morcelliana, Brescia 2001). Leggendo il carisma di Francesco, Guardini ci dice cos’è il carisma nella vita del cristiano e della Chiesa per ogni momento. Per questo il carisma è stato dato a Francesco, ma possiamo chiedere che si rinnovi anche in noi.

“Vi è un evento – dice Guardini – che per ognuno a cui se ne dischiuda il senso  è colmo di prodigio e pone sulle sue labbra la parola provvidenza: Quando in esso sorge un uomo, sviluppandosi puramente dall’essenza sua propria, appunto, nell’essere interamente se stesso, si fa capace di liberare e di aiutare altri ad attingere l’identità loro propria. Quando quest’uomo quanto più puramente giunge alla compiutezza muovendo dal suo centro, con tanta più immediatezza esprime la parola del cuore degli altri, quegli altri che sono a lui legati in una particolare comunanza dall’immagine stessa e dal cammino della vita. Ciò è provvidenza, e ancor più in profondità di quando è un evento a presentarsi in nostro soccorso. È provvidenza che nasce dalle radici dell’esistenza umana e congiunge in modo ineffabile la libera identità nel proprio essere con il più profondo legame nel destino. Oggi volgiamo la nostra amorosa attenzione a un uomo di tale natura, nel quale la purezza del libero crescere è diventata per molti parola che scioglie e figura che indica una via: san Francesco” (Cfr. R. Guardini, San Francesco, ed. Morcelliana, Brescia 2001, p. 7).

Che lo ritroviate così il carisma: una volta identificata nel grande mistero di Cristo e della Chiesa la vostra personale vocazione, lo ritroviate come il particolarizzarsi dell’evento di Cristo, che nella testimonianza di Francesco, diventa il più grande aiuto che potete ricevere per vivere realmente la vostra fede e rispondere realmente al mistero di Cristo con la totalità della vostra dedizione.

Chiediamo che si rinnovi l’avvenimento di Cristo nella nostra vita, nel rinnovarsi più particolare della grande capacità educativa del carisma francescano.

Vogliamo essere di fronte a Cristo nel cuore della Chiesa insieme a san Francesco. Così reimpareremo il Cristianesimo come evento di vita e non come dottrina, o moralismo, come evento di vita che contiene tutte le conseguenze, ma che non si identifica in nessuna conseguenza. Questa è la vera povertà francescana: essere così pieni di Dio da essere indifferenti a tutte le conseguenze, ma amandole però; le conseguenze devono essere amate senza assolutizzarle, perché l’assoluto è soltanto il mistero di Cristo che ci ha chiamato a far parte della Sua presenza.

Una delle più antiche – mi dicevano i miei professori di Liturgia nel seminario di Venegono – preghiere che la Chiesa di Roma, cioè la Chiesa universale, dice nei momenti più solenni, è quella che incomincia: “Adsumus tibi Domine”, siamo davanti a Te, o Signore. Allora viviamo nel presente: vogliamo prendere coscienza di Colui che è presente alla nostra vita, di Colui che ci ha coinvolto, per vedere in che modo questo coinvolgimento è diventato forma della nostra vita, può diventare responsabilità di fronte a Lui, innanzitutto di fronte a Lui, e poi per il mondo.


(Tratto da Luigi Negri, Vivere il cristianesimo, Edizioni Gribaudi, Milano 2004, pp. 11 – 18)
Il libro raccoglie gli Esercizi spirituali predicati da don Luigi Negri ai giovani frati minori francescani a Monteluco di Spoleto, settembre 2000
Nell’immagine in evidenza, particolare della copertina del libro