Il cammino della Chiesa (presentazione di Sergio Belardinelli)

Dalla presentazione del libro – 28 gennaio 2016 – Sala Teatro Carlo Verga, Milano

Sono molto contento di presentare il libro di mons. Luigi Negri, anche se, non essendo uno storico, debbo essere piuttosto prudente. Per fortuna, come è già stato detto, non è solo un libro di storia; è un libro che riflette sui fondamenti stessi della cultura occidentale e sulla crisi della nostra cultura cristiana e quindi interpella tutti (anche me). Pertanto mi sento autorizzato a dire la mia, ecco, a fare magari qualche fuoco d’artificio. Però i fuochi d’artificio più scintillanti, comunque, li trovate nel libro: i presenti credo conoscano mons. Negri anche meglio di me, quindi sanno che anche quando scrive non è mai noioso, non è mai uno di quelli che fanno dormire, piuttosto è di quelli che irritano. Irritano nel senso buono, nel senso che la parola ha nella tradizione tedesca dell’800, quando una cosa irritante non è solo una cosa che fa arrabbiare, ma è una cosa che costringe a pensare. E questo mi sembra che sia nelle corde di mons. Negri e quindi anche nel libro che presentiamo stasera.

Io prenderò le mosse da una questione che è cruciale e che don Luigi pone nelle prime pagine del libro, dove scrive:

«la caratteristica più importante dell’antropologia senza Dio è innanzitutto la riduzione della verità a opinione».

A mio avviso, sta proprio in questa riduzione della verità a opinione, in questa crisi della verità, il tratto più eclatante e, per certi versi, anche più devastante della cultura dentro la quale noi oggi viviamo. Perché dico il tratto più devastante? Perché, come vado dicendo da parecchio tempo, il cristianesimo ha assolutamente bisogno di una cultura dove sia presente il senso della verità. Può succedere che ci sia una cultura dove esista un forte senso della verità senza che vi sia traccia del cristianesimo, il mondo greco ne è la prova. Tuttavia, è assolutamente impensabile che prenda piede e si sviluppi una cultura cristiana in un contesto dove non ci sia il senso della verità, dove non sia chiara la differenza tra il vero e il falso. Ecco perché ciò che don Luigi dice in apertura del libro, a mio modo di vedere, va preso molto sul serio ed è importante specialmente per noi cristiani. Ne va del senso stesso della Chiesa, come hanno intuito gli ultimi grandi papi che hanno colto come la questione della verità fosse il banco di prova di tutte le altre questioni. La questione antropologica, la questione educativa, le questioni bioetiche, il nichilismo, la perdita di senso della libertà, la supremazia del benessere sul bene sono tutti temi che trovate ampiamente sviluppati nel libro di mons. Negri. Ho elencato temi, che sono indicati e sviluppati nel libro, che, comunque, hanno il loro luogo genetico privilegiato proprio in questa cultura senza verità, in questa cultura nella quale è sempre più difficile dire la verità.

Però questo è anche, come si diceva, un libro di storia, e mons. Luigi Negri, con molto senso dell’ironia, intitola la seconda parte del libro Duemila anni in breve.
Siamo di fronte a un affresco storico, culturale e anche teologico, a mio avviso, molto bello; è direi un inno alla capacità ermeneutica della fede cristiana, alla capacità della fede cristiana di leggere la storia, di leggere il mondo, di operare nella storia. E mons. Negri lo mostra partendo dal mondo antico, passando per il medioevo e il mondo moderno, arrivando al post moderno. Questo secondo me è un altro punto cardine del libro, come emerge dalle stesse parole di don Luigi:

«la fede è un’ermeneutica rigorosissima della realtà».

Nel momento in cui si dice questo è evidente che siamo molto lontani da quelle discussioni molto stucchevoli sul rapporto tra fede e ragione – fin dove arriva l’una, dove arriva l’altra – che anche nel nostro mondo cattolico sono sempre all’ordine del giorno. La fede è uno sguardo sulla realtà che investe chi guarda e, appunto, aiuta a vedere problemi che diversamente non vengono visti. Le grandi sfide, di cui ho parlato prima – la crisi antropologica, la crisi dell’educazione, la bioetica ecc.. –, sono tutte sfide e crisi illuminate dalla fede e una ragione illuminata dalla fede riesce a vederle in profondità. E questo è un altro punto secondo me qualificante del libro di mons. Negri.

Ma non trascurerei i 2000 anni di storia in breve: è una lettura che consiglio a tutti e mi auguro che faccia sui lettori lo stesso effetto che ha fatto su di me, che non sono un esperto di storia. Per esempio, il capitolo sul medioevo è bellissimo. È un capitolo che va letto proprio perché mons. Negri ci fa capire, con una leggerezza e una lucidità piuttosto insolite, che l’età dell’oscurantismo, come gli ignoranti sono abituati a dire quando parlano di medioevo, è importantissima. Mons. Negri ci dice qual è il grande lascito del medioevo e ce lo fa toccare con mano: l’idea di laicità, l’università e gli ospedali. Un modo piuttosto icastico di dire qualcosa però, converrete con me, decisamente importante. Ecco, questo è il medioevo, questa è l’epoca oscurantista, questa è l’epoca sulla quale il libro di mons. Negri si dilunga non poco, proprio per far vedere qualcosa che normalmente, purtroppo, bisogna dire, non viene visto.

Un’ulteriore considerazione generale sul libro. Il tema di questa serata, come riportato anche nella locandina, è “perché parlare oggi di storia della Chiesa”. Ecco, la risposta che viene dal libro di mons. Negri è, direi, duplice. Da una parte dobbiamo studiare la storia della Chiesa perché come cattolici dobbiamo sentire il dovere di conoscere il mondo del quale siamo stati protagonisti, ma soprattutto, ci viene detto, che dobbiamo studiarla prendendo coscienza che la storia della Chiesa non è la storia di un’istituzione qualsiasi. Se è vero che la Chiesa è la Chiesa di Gesù Cristo, allora vuol dire che nella storia della Chiesa emerge ineludibilmente un’eccedenza, qualcosa che va oltre e che non può essere considerato come qualcosa di marginale. Non possiamo dire quello lasciamolo da parte, noi ci occupiamo dei papi, di quello che fanno i vescovi, dell’istituzione, magari dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa… ma lasciamo stare l’ineffabile. Nel libro di mons. Negri si capisce bene che la storia della Chiesa bisogna guardarla soprattutto in virtù di questa eccedenza che è Gesù Cristo, che è lì, ma trascende in ogni tempo infinitamente quello che c’è. Tuttavia, questo è solo un lato del discorso perché, a mio modo di vedere, se guardiamo la storia della Chiesa da questo punto di vista, noi siamo anche aiutati a guardare la storia che normalmente studiamo nei licei secondo una prospettiva nuova. Anche la storia laica potrebbe avvantaggiarsi di questo sguardo, anche la storia laica potrebbe imparare a vedere cose che diversamente potrebbero essere occultate. Che cosa principalmente potremmo vedere e scoprire secondo tale prospettiva originale? Infondo qualcosa di estremamente banale ma allo stesso tempo decisivo e raramente colto, quello che mons. Negri chiama «il senso del mistero che l’uomo è a sé stesso» e il senso del mistero che è la Chiesa. Anche questa considerazione generale mi pare di una certa importanza e devo dire che, al di là di quanto riesca a esprimere io, per capirne fino in fondo la portata consiglio caldamente di leggere il libro, anche perché è proprio un’esperienza vitale.

Non posso riuscire a passare in rassegna i tanti temi che si incontrano in questo libro, che è un libro di più di trecento pagine, però su alcuni altri punti vorrei soffermarmi in questo quarto d’ora che ancora mi resta. Vorrei enfatizzarli anche perché presentano un’attualità scottante.

Il primo di questi temi è la perdita dell’identità. A un certo punto mons. Negri cita Benedetto XVI e dice:

«la perdita della memoria pone nell’individuo e nella società la perdita dell’identità».

Io trovo che sia cruciale questo tema della perdita della memoria, della perdita dell’identità, a fronte anche di ciò che sta succedendo nel nostro mondo. Di fronte a un’Europa cristiana, che negli ultimi anni ha pensato che il modo ideale per incontrare gli altri, per dialogare con gli altri, fosse quello di farsi nessuno, ottenendo i risultati devastanti che vediamo, il libro di mons. Negri contiene parecchi richiami salutari a tornare a pensare al senso della nostra identità, a ripensare, se volete, «il dialogo – cito parole sue – come espressione di identità vere». Questo è il dialogo. Il dialogo, specialmente quando è tra persone vive, ha in sé sempre qualcosa di conflittuale, ha in sé sempre qualcosa che ci chiama in causa, ci irrita, nel senso che dicevo prima. È qualcosa che ci impone di metterci in gioco, ma di metterci in gioco per ciò che siamo. L’identità è fondamentale nel dialogo tra i diversi.
C’è un grande intellettuale ebreo, George Steiner, che in un libro che trattava di letteratura, scrive che «comprendere è tradurre». E a me piace molto la metafora della traduzione linguistica come metafora ideale di un dialogo tra diversi. L’incontro con l’altro è sempre un’opera di traduzione e, come in tutte le opere di traduzione (lo sanno bene gli studenti di liceo, del resto anche io l’ho sperimentato sulla mia pelle), il traduttore ideale è quello che ha dimestichezza con la propria lingua, non solo con la lingua dalla quale traduce. Io ho vissuto di rendita per tutti gli anni del liceo copiando la versione dal latino all’italiano del mio compagno di banco. Io prendevo 9 mentre lui prendeva 6 o 7, ma non certo perché sapesse il latino peggio di me, anzi io copiavo da lui; semplicemente, forse, avevo una dimestichezza diversa con la lingua italiana, e le mie traduzioni suonavano meglio, erano più belle. Al di là di questo esempio banale, davvero i traduttori migliori sono quelli che hanno dimestichezza con la propria lingua ed è per questo che è fondamentale l’identità. Coloro che riescono a interloquire con gli altri, a tradurre meglio i diversi, sono quelli che hanno il senso di se stessi, che hanno una qualche dimestichezza con se stessi. Invece, abbiamo pensato per decenni che il dialogante ideale fosse un ometto senza qualità, direbbe Musil, comunque qualcuno che, insomma, non è né carne né pesce. E io credo che le sfide che stiamo attraversando oggi ci impongano una revisione di questo. È fondamentale, è urgente che l’Europa riscopra in fretta la propria lingua, se vuole avere qualche speranza di tradurre e di farsi capire dagli altri che oramai non sono più lontani perché son sempre più in mezzo a noi. E, forse, la prima prestazione che ci viene richiesta, non foss’altro per essere anche un po’ rispettati in ciò che siamo, è proprio riuscire a mostrare la consapevolezza che abbiamo di noi stessi. Questo è sicuramente un tema che attraversa il libro di mons. Negri che ci aiuta ad avere un’altra prospettiva sul mondo e sui problemi che dobbiamo fronteggiare. Papa Francesco ha scritto, all’esordio del suo pontificato, una pagina molto bella sul fatto che la verità dei cristiani è una verità che, non solo, è naturalmente portata al dialogo, ma è una verità innervata d’amore. Ecco, il libro offre un contributo abbastanza rilevante, secondo me, proprio per capire il significato del dialogo. Non è richiesto a nessuno di entrare nel dialogo con un altro mettendo da parte ciò che è. Un dialogo autentico è un dialogo dove il conflitto va sempre messo in conto; sono i morti che stanno uno vicino all’altro senza conflitti; le persone, se sono vive, è normale che confliggano; è normale che in lingue diverse (continuo a rifarmi alla metafora della traduzione) ci siano degli ambiti, degli spazi, dei margini di intraducibilità. È un po’ il bello della pluralità, la capacità cioè di trasformare l’alterità in un’opportunità. Ma perché l’altro è un’opportunità? Lo diciamo da tanto tempo, specialmente noi cattolici, solo che lo diciamo sempre in un modo così stucchevole, così senza fondamento, che forse qualche buona ragione bisognerà pur cercarla. E siccome c’è utilizziamola. Una buona ragione secondo me emerge proprio dalla metafora della traduzione. Perché l’altro è un’opportunità? Perché l’altro, per poterlo tradurre, ci costringe a cercare nella nostra lingua delle risorse che non pensavamo neanche di avere, e, in questo, ci arricchiamo davvero. Provate a dire a un tedesco di tradurre meriggiare pallido e assorto, oppure chiara e dolce è la notte e senza vento. Trovate una lingua dove la congiunzione “e” suoni come suona nel verso del mio conterraneo. Non è facile, bisogna lavorarci sodo. Bisogna lavorare molto sulla propria lingua per rendere il senso che si avverte in modo perturbato e commosso, direbbe Vico. Bisogna lavorarci duramente, ma quando si trova la traduzione soddisfacente, caspita, che soddisfazione, ci si sente arricchiti. In fondo 2000 anni di esperienza di cristianesimo sono esattamente 2000 anni di questa capacità di incontrare tutti e di scoprire che Cristo – ieri e oggi – è sempre lo stesso, pur riuscendo a illuminare ogni volta tutto quello che incontra. Perché Gesù Cristo è sempre quello, però tutti sanno, lo sappiamo benissimo, noi cristiani di oggi non siamo certamente i cristiani di 2000 anni fa. Altroché se abbiamo imparato, altroché se impariamo, altroché se affiniamo la nostra lingua.

La Chiesa, per esempio, impara tantissimo. Don Luigi fa vedere questa capacità della Chiesa con grande intensità, in particolare la capacità che la Chiesa ha avuto di imparare da quella modernità che, noi sappiamo, essere entrata in scena contro la Chiesa, la quale a sua volta si è dovuta difendere. Non mi soffermo analiticamente sul modo in cui sia avvenuto, facendo riferimento alla questione dello Stato moderno e della Chiesa. È una vicenda per certi versi tragica (sono i temi di cui mi occupo più direttamente). È evidente che nello Stato moderno, nella politica moderna ci sono i germi di qualcosa di grandioso per certi versi e di terribile per certi altri. C’è sicuramente l’esaltazione dell’idea di libertà che la Chiesa stessa aveva contribuito a generare. Tuttavia, vedendo in seguito questa idea di libertà declinata in un certo modo, la Chiesa vi si è opposta e lo ha fatto anche duramente. Del resto come è possibile che oggi a difendere lo stato di diritto, le libertà, la dignità degli uomini è rimasta solo la Chiesa? Perché la modernità ha preso un’altra strada: i fenomeni totalitari non sono errori, deviazioni della cultura moderna, come aveva detto molto bene Del Noce. I grandi storici della modernità l’hanno visto con lucidità: i germi della degenerazione erano già all’inizio. Talmon, quando scrive Le origini della democrazia totalitaria, vede nel giacobinismo (le pagine di don Luigi Negri sulla Rivoluzione francese sono bellissime) qualcosa che sarebbe finito nelle degenerazioni totalitarie che abbiamo sperimentato nel XX secolo. Noi potremmo anche dire che esiste un nesso tra quell’idea di politica, di potere e quello che sta accadendo oggi sul piano della biopolitica, dove addirittura la politica rivendica il diritto di dire quando e dove sussiste la dignità delle persone (per esempio, quando una persona è degna o non è degna di stare al mondo, quando l’umano, che è sempre stato il presupposto, diciamo così, dell’azione politica, finisce per diventarne quasi un prodotto). Ecco, anche queste cose hanno a che fare, anche più di quanto non si creda, con la crisi della verità.

Termino con una citazione di Hannah Arendt. C’è un passo, nell’opera Le origini del totalitarismo, dove la Arendt afferma che il suddito ideale di un regime totalitario non è il nazista convinto e non è neanche il comunista convinto, ma è colui per il quale la differenza tra ciò che è vero e ciò che è falso, tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto non esiste più. Ecco, secondo me, questo è un altro elemento di riflessione che il libro di mons. Negri ci consegna e sul quale io mi auguro che ciascuno, poi, possa trascorrere un po’ di tempo. L’unica cosa che posso garantire è che non sarà certo tempo sprecato, per questo dico grazie a don Luigi.


(Presentazione di Sergio Belardinelli – 28 gennaio 2016 – Sala Teatro Carlo Verga, Milano)

Alcuni passaggi dell’intervento di mons. Luigi Negri