Pubblichiamo il testo di una meditazione di mons. Luigi Negri, allora Vescovo di San Marino-Montefeltro, tenuta il 18 marzo 2012 a un gruppo di persone della Fraternità di Comunione e Liberazione, in occasione della Quaresima.
Come ha detto tante volte il Santo Padre, noi dobbiamo coltivare sempre la preghiera, la preghiera di Maria, la preghiera degli apostoli, la preghiera della Chiesa primitiva.
Pregare significa consegnare la vita, la propria umanità così come è, senza bisogno di ridurre, non dico di nascondere che sarebbe operazione infame, ma senza neanche bisogno di ridurre tutto il peso dei nostri limiti. Pregare significa consegnare la vita così come è. L’energia di Cristo risorto ci viene nella preghiera e dalla preghiera. Per questo Giussani amava dire che recitata la preghiera iniziale di un incontro, anche se non si fosse stati in grado di aggiungere niente, l’incontro era già accaduto nella sua positività. Poi, anche fra noi, mi sembra di ricordare che sia prevalsa la folle tentazione di pensare che la preghiera sia un riempitivo per aspettare gli ultimi che arrivano. Invece la preghiera è l’inizio della vita cristiana cosciente. Tendendo presente ciò recitiamo insieme l’Ora media. (…)
Nella sua evidente eccezionalità, questo nostro incontro, almeno per me, è un avvenimento che eccede, che va oltre il fatto puro e semplice del ritiro; è un momento di incontro che avviene nella profondità della nostra amicizia, che non ho sentito mai venir meno in questi anni, pur segnati da evidenti lontananze fisiche; che non ho mai sentito venir meno e che, per quello che ho potuto, ho cercato di corrispondere egualmente, soprattutto nei momenti dolorosi, faticosi, che hanno segnato la vita di tante nostre famiglie. Ma il desiderio di rinnovare l’amicizia, di rinnovare la familiarità («familiari di Dio» dice san Paolo ai nostri primi fratelli, nella Lettera agli Efesini), è rafforzato perché i tempi sono duri e, nel momento in cui si scatena l’asprezza dell’opposizione al mistero di Cristo e della Chiesa, è la famiglia che deve stringersi attorno a ciascuno di noi per consentire che il confronto o lo scontro possano essere vissuti, seppure con fatica, con un’ultima letizia.
(…) Dunque, esiste una prima importantissima sottolineatura, direi la sottolineatura delle sottolineature: la questione fondamentale è che soltanto Cristo salva l’uomo. Se non si parte continuamente da ciò, o se non si ripropone tale questione nella profondità della nostra coscienza e nella limpidità del nostro cuore, è come se il resto delle parole che si dicono, o degli atteggiamenti che si assumono, o dei giudizi che si danno, o dei tentativi che si fanno, fossero sostanzialmente scentrati. Non esiste per l’uomo che cerca il senso profondo della sua vita, e in questo cercare il senso profondo della sua vita rivela la sua profondità umana, nessuna possibilità di un’adeguata esperienza della propria umanità, se non nel mistero di Cristo, redentore dell’uomo e centro del cosmo e della storia. Ogni altro punto di partenza è destinato a rivelare presto o tardi la sua sostanziale inconsistenza. Qualche giorno prima che entrasse come arcivescovo nella diocesi di Milano, ho scritto un biglietto al cardinale Angelo Scola, dicendogli: ricordati che uno dei tuoi più illustri predecessori, che è stato un riformatore della chiesa di Milano, che trovò sufficientemente disastrata al suo arrivo, il cardinale Carlo Borromeo, disse una sola cosa all’inizio dell’omelia della sua cosiddetta presa di possesso della diocesi milanese: «cento e cento ragioni vogliono da me, ma io ripeto alle orecchie e al cuore di questo mio popolo milanese: Cristo, e questi crocifisso».
L’unica cosa veramente importante è che l’uomo diventi vero, ovvero sia sé stesso; non esiste un altro problema reale sulla terra. Ogni altro problema, se presentato come alternativa a questo, come supplenza a questo, diventa ideologia, secondo il significato di cui dovreste avere consapevolezza grazie al nostro cammino culturale di questi cinquant’anni di storia. L’ideologia nasce come sostituzione al problema reale dell’uomo che è il problema della sua felicità, una sostituzione che porta l’uomo a cercare una visione astratta capace di fornire la soluzione di tutti i problemi, soprattutto di quelli sociali.
Non si diventa sensibili al cristianesimo approfondendo le grandi questioni sociali o cosmologiche, scienza e politica tanto per intenderci; non si diventa sensibili al cristianesimo approfondendo le grandi questioni scientifiche o sociali, ma approfondendo il senso della propria personale esistenza, come ha insegnato Kierkegaard nel diciannovesimo secolo.
Giussani cosa ci ha insegnato? Ci ha insegnato innanzitutto il metodo fondamentale della vita: quello di impegnare la nostra umanità nel tentativo di percepire il cammino che l’uomo è chiamato a compiere verso quel mistero che non si può conoscere adeguatamente, ma di cui si sente incombente, lontanissima e presentissima insieme, la presenza, in modo tale da potere sperimentare la convenienza dell’avvenimento di Cristo, che travolge la solitudine, che elimina l’inevitabile e inesorabile solitudine dell’uomo, che è fonte di tristezza cattiva, che è fonte di disperazione, che è fonte di violenza, che è fonte di tutti quegli omicidi e suicidi, ai quali, attraverso giornali e televisione, siamo chiamati a essere sgomenti spettatori. La solitudine dell’uomo è vinta perché accanto a lui si erge poderosa la figura di quel Cristo che, proprio nella liturgia quaresimale si presenta forte. Forte nell’annunzio e forte nella capacità di condivisione: forte nella capacità di annunziare con la sua presenza il regno di Dio che viene e, insieme, di documentare questo regno di Dio che viene, questa novità proclamata, nel risveglio dell’umanità di quelli che ascoltano, perché alla fine di quella lunga dialettica con il Signore, la samaritana o il cieco nato, di cui parla la liturgia di oggi, hanno fatto l’esperienza incredibile di rivivere come uomini.
La samaritana, di fronte a questa presenza così difficilmente comprensibile, nei confronti della quale si era sforzata di trovare tutte le ragioni per opporsi, compresa la teologia (anche la teologia era andata a scomodare per cercare di difendersi da questa presenza inquietante), quando ha accettato che questa presenza inquietante entrasse nella sua vita, accorgendosi della novità, della speranza nuova in lei, di una possibilità nuova di vita, ha fatto una cosa sola (quante volte abbiamo sentito Giussani commentare questo), ha lasciato lì l’anfora ed è corsa in città a dire, a quelli che fino allora la deridevano perché era una prostituta, che aveva trovato un uomo che le aveva detto tutto quello che aveva fatto. Ma un uomo che ti dice tutto quello che hai fatto significa la promessa che tutto quello che hai fatto non è la tomba in cui tu muori, ma inconcepibilmente una possibilità di cammino verso una novità insperata fino a un attimo prima. Cristo è una presenza che rivela noi a noi stessi. Il cuore di tale verifica è il cambiamento.
La seconda osservazione che intendo fare allora è che Cristo mi salva e me lo fa sperimentare; Cristo salva la vita, cioè consente alla vita umana di ritrovare in modo positivo le dimensioni che costituiscono il cuore dell’uomo: la dimensione dell’intelligenza che vuol conoscere la verità, la dimensione dell’amore che vuole affermare il bene dell’altro, la dimensione della profonda utilità del servizio all’universo attraverso la propria esistenza piccola o grande, breve o lunga che sia, l’utilità per il mistero di Dio e per la verità della storia, ovvero la missione. La missione è la partecipazione viva alla costruzione del regno di Dio che nella Chiesa si attua giorno dopo giorno. Se mettiamo un’altra cosa prima di questa, il nostro cristianesimo evapora, diventa evanescente. Quando i primi che non erano né migliori, né peggiori di noi, erano dei poveretti come noi, hanno incominciato a dialettizzare, a teorizzare, a discutere, a interpretare, a interrogarsi sulla necessità o meno della circoncisione, allora san Paolo, prendendosela duramente, perché aveva un certo temperamento anche lui, disse: invece di seguire quelli che avete incontrato e vi hanno testimoniato, siete andati dietro i vostri ragionamenti, e siete svaporati nei vostri ragionamenti «evanuerunt in cogitationibus suis» (Rm 1, 21). Il magistero e l’aiuto sostanziale dei papi hanno richiamato all’esperienza originaria, lungo il secondo, il terzo, il quarto e il quinto secolo, nel faticoso cammino per prendere coscienza di che cosa fosse la fede, cioè di chi fosse Cristo e di come poteva succedere che in Lui ci fosse il mistero di Dio e insieme l’umanità di Gesù di Nazaret. Sono i primi sette secoli che hanno portato alla consapevolezza piena e radicale del mistero di Cristo nel mistero della Chiesa per la verità dell’uomo e del mondo.
Questa è la fede: l’uomo, che cerca il mistero della sua vita, nella realtà di Cristo si sente evocare il destino buono della vita e si sente chiamato a parteciparvi. Non un cambiamento meccanico, quasi fosse un automatismo, ma un cammino: «sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10), «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 10, 10). Un’esperienza, una verifica che la vita cambia. Benedetto XVI ha avuto un’intuizione formidabile, quando all’interno della Lettera enciclica Spe salvi, ha chiarito che la fede non è solo informativa, non dice soltanto come stanno le cose, come è Dio, come è l’uomo, come è Cristo, come è la Chiesa; è certamente anche informativa, ma la fede è essenzialmente performativa, in quanto la fede cambia, mantiene ciò che promette. Questa parola cambiamento ci ha perseguitato, nel senso buono del termine, cioè ha continuato a seguirci lungo tutti questi anni; l’aspetto del cambiamento, oggi, è come se si rivelasse secondo un aspetto più umile, ma non meno significativo. Il cambiamento incomincia con l’uscita da questa lenta e inesorabile piattezza dell’esistenza, insensibilità della coscienza e del cuore, questa lenta ed inesorabile rassegnazione per cui l’uomo non ha più né desideri né speranze; vive così alla ventura, confondendosi in questa serie di reazioni sempre più flebili, sempre meno personali, sempre più determinate dai mass-media. E allora il cambiamento incomincia come un’iniziale ma reale energia nel dire io, un’iniziale ma reale energia nel dire che non posso accettare di vivere come il mondo mi fa vivere. È un delitto contro me e, poiché è un delitto contro me, è un delitto contro Dio, perché è il delitto contro l’uomo, contro la sua verità umana, il grande e vero delitto contro Dio; perché Dio è venuto nel mondo degli uomini perché un uomo potesse finalmente riconoscere la sua verità e attuarla nella concretezza e nella quotidianità dei suoi giorni e delle sue ore. Dunque è nell’incontro con Cristo che si genera il cambiamento, perché nell’incontro ci si imbatte in una presenza che viene da fuori, ma allo stesso tempo colpisce così profondamente il cuore dell’uomo che è proprio lì che agisce, che avviene il cambiamento. Cristo genera il nostro volto umano vero, come viene detto nel libretto degli esercizi. È in me che si vede chi è Cristo, ed è nel cambiamento mio, del mio io, del mio volto, iniziale fin che volete, contagiato da tanti equivoci, da tanti “se”, da tanti “ma”, da tanti “però”, che vibra la potenza di Colui che è morto ed è risorto per noi.
Questa è la fede, assistere a una irruzione imprevista fino a un istante prima, secondo la bellissima disanima della parola incontro che ne ha fatto Giussani, inaspettata fino a qualche istante prima che accada, non deducibile dagli antecedenti, non prevedibile, non prevista, neanche sperata, neanche attesa.
Incredibile per l’intelligenza del mondo: un uomo figlio di Dio. Il cristianesimo è tutto qui. La nostra fede, come quella di tutte le generazioni che ci hanno preceduto, dice il numero 423 del catechismo della Chiesa Cattolica, consiste proprio in questo: «Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazaret, nato ebreo da una figlia d’Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell’imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l’imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è «venuto da Dio» (Gv 13,3), «disceso dal cielo» (Gv 3,13; 6,33), venuto nella carne». Questo è il cristianesimo. Un uomo è Figlio di Dio e il Figlio di Dio è dentro quest’uomo che si fa incontrare da te, accettando le condizioni e i condizionamenti di ogni incontro, anche l’apparente casualità. Quante volte diceva Giussani: «pensate se Andrea e Giovanni al posto di andare a sentire Giovanni Battista e poi essere catapultati a seguire Gesù Cristo, fossero andati a pescare; non sarebbe nato il cristianesimo nel mondo». Questa irruzione ha come esito inaspettato e iniziale il recupero della nostra umanità vera.
Aggiungo una terza considerazione. Il cristianesimo è un avvenimento che cambia la vita; se cambia, se promette il cambiamento e in qualche modo lo mantiene anche nella spiritualità ha senso preoccuparsi di Cristo, ma se non succedesse niente, perché occuparsene? Allora è decisivo toccare il grande tema della libertà. Tutto accade in noi, certamente perché Cristo entra nella nostra esistenza, ma anche perché noi lo vogliamo, decidiamo di “sì”. Provate a rileggere l’intervento che don Giussani ha fatto sulla figura della Madonna, un intervento fatto al santuario di Caravaggio nel 1982 (ripubblicato sul numero di maggio di Tracce nel 2009), perché si vede in Maria che cosa sia la libertà. Infatti, la libertà è rischiare tutta la vita nella parola che ti vien detta, ed è proprio perché Maria rischia tutta la vita nella parola che le viene detta che la parola si insedia in lei e la fa diventare la madre del Figlio di Dio. È perché tu dici di “sì” che la presenza di Cristo entra nella tua vita e comincia a modulare l’intelligenza e il cuore in modo tale che tu non generi il figlio di Dio nella carne come Maria, ma generi il corpo di Cristo nel mondo, la Chiesa. La fede ti è data perché tu generi il corpo di Cristo nel mondo oggi, e il corpo di Cristo nel mondo oggi è la Santa Chiesa nell’esperienza che ne facciamo, da tanti anni, nella forma della nostra comunità. La libertà comporta certamente anche il rischio dello scempio, ma il vertice della libertà è amare. La libertà si gioca con Cristo veramente, totalmente, perché, come Pietro sull’assolata spiaggia del mare di Genesaret, anche noi siamo chiamati a dire «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo» (Gv 21, 17).
Il cambiamento investe, matura, morde la pietra del nostro cuore, come diceva Pietro di Craon nell’Annunzio a Maria di Claudel; la parola di Dio morde la pietra del nostro cuore, perché noi sappiamo dire al Signore, e sappiamo continuamente ridire: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo», perché grazie a Te sono diventato più vero come uomo, nonostante tutti i limiti e gli errori che vengono perdonati dalla Tua misericordia, in quella straordinaria e geniale struttura divina e umana che è il sacramento della riconciliazione. Voi non dovete vergognarvi per i vostri peccati, ma dovete vergognarvi perché non li confessate, rinunciando così a una delle esperienze più straordinarie che l’uomo possa fare, la percezione reale che il male sta e insieme non sta più, che il rifiuto sta e insieme non sta più; la straordinaria esperienza della nascita dell’alba di un giorno nuovo dai detriti della mia umanità. La libertà in ultima istanza è amore.
Non penso si possa amare un uomo e una donna singolarmente, se prima non si fa l’esperienza dell’amore di Gesù Cristo. Per questo motivo la Chiesa, da duemila anni, afferma che per amare un uomo e una donna bisogna innanzitutto riconoscere Cristo e vivere l’amore per Lui; per questo il matrimonio è un sacramento. Dunque, amici miei, riscuotete dentro il vostro cuore la libertà come capacità di amare. Solo così il cambiamento inizia, qualche volta faticosamente, solo così si matura e si rivela ogni giorno sempre di più un volto nuovo e vero, senza essere contraddetto neanche da noi.
Rileggete il numero 10 della Redemptor hominis, in cui Giovanni Paolo II afferma che, se nel cristiano si attua questo profondo processo di assimilazione a Cristo (la fede è assimilazione di Cristo, la fede è andar dietro a Cristo; vivere la Chiesa significa identificare la mia vita con Lui, appartenere alla Chiesa aiuta a desiderare di ragionare come Lui; per questo c’è il magistero, perché seguendo il magistero impari a ragionare nel modo con cui Cristo ha ragionato e impari ad amare secondo il modo con cui Cristo ha amato) egli riscopre non solo gli uomini e le persone, ma la realtà tutta per quello che è, come il fiore del campo di cui parlava con infinita tenerezza Gesù. Se in te si attua questo profondo processo di assimilazione, allora non si sviluppa solo una conoscenza nuova, ma uno stupore perché la tua vita si rinnova, tanto che Giovanni Paolo II arriva a definire, come prima nessuno aveva mai fatto, il cristianesimo come lo stupore di una vita che si rinnova e la missione come la comunicazione a tutti gli uomini di questa vita sorprendentemente rinnovata.
Tutto ciò richiede il dire di “sì” integralmente alla sua Presenza, ma dire di “sì” alla sua Presenza vuol dire preferirla a tutte le altre presenze. Amare Cristo significa non stabilire nessun rapporto di equivalenza fra il mistero di Cristo e qualsiasi altra realtà che pur è importante per la vita. «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10, 37). Non perché, ci ha insegnato giustamente Giussani, l’amore tra l’uomo e la donna, o l’amore al lavoro o alla famiglia non siano valori sostanziali, ma perché per vivere in modo pienamente umano questi valori sostanziali bisogna amare prima Gesù Cristo. Nel momento in cui l’uomo e la donna, i soldi e la politica, o qualsiasi altro aspetto della vita finiscono per essere i valori sostanziali della vita, ci si dimentica di Gesù Cristo e anche uomini di Chiesa possono impiegare il loro tempo per dire, ad esempio, che è importante pagare le tasse e non parlare più di Cristo come motore dell’uomo e centro del cosmo. L’amore a Cristo anima l’amore a tutto ciò che è vero, bello, buono e giusto; la perdita dell’amore a Cristo imbastardisce tutto. La vita si abbruttisce, ciò che si difende con le unghie e con i denti, la famiglia, il lavoro, la propria immagine, il proprio status, si sgretola, rovina addosso all’uomo come una cosa da niente.
Dunque la libertà è la grande condizione del cambiamento. «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). Questa è la fede. È la fede dell’uomo che è disposto a giocare tutta la sua libertà nell’affermare un altro, e mentre afferma un altro coglie i frutti del proprio rinnovamento in sé. In questo senso si può dire che tutto ciò che non è sperimentato in sé non esiste. Ricordo una consistente e corposa discussione di don Giussani, avvenuta nel seminario di Venegono con alcuni dei professori del posto (Giussani non aveva paura a dialogare e a discutere con nessuno, né fra di noi né fuori di noi, perché era certo delle sue ragioni); egli diceva: «sentite, io sono l’unico che ripete ai ragazzi quello che voi mi avete insegnato qui, io ripeto la cristologia, la trinitaria e la sacramentaria (erano i nomi dei trattati teologici che aveva studiato lui e che poi avrei studiato anche io), io dico quello che mi avete insegnato voi, perciò se dite che è sbagliato, avete sbagliato voi, ma c’è una sola cosa che ho aggiunto di mio e questa la difenderò fino alla fine: la verifica antropologica della fede, perché se la fede non si giustifica nella vita, disse facendo tintinnare i vetri dell’aula maggiore del seminario di Venegono, se la fede non cambia la vita, è una cazzata!». Non vi dico la faccia di qualche teologo presente!
Quindi c’è un solo modo per vivere la fede, ovvero seguire Cristo: seguendolo e affermandolo io comincio a sentire una dilatazione nuova dell’essere e dell’esistere, una diramazione dell’intelligenza, una fondazione del cuore, il senso di una utilità del mio spazio e del mio tempo. Noi, che abbiamo incontrato il mistero di Cristo attraverso il Movimento non abbiamo aspettato, come ci suggeriva la mentalità del mondo di allora, di uscire dal liceo, fare l’università, imparare l’inglese per andare nel mondo a fare i manager, perché abbiamo sentito nelle ore di scuola, nell’incontro con don Giussani, mentre cercavano di ingannare la nostra intelligenza insegnandoci una storia della Chiesa falsa, secondo un’immagine di Chiesa congeniale alla visione laicista, che l’utilità investe il presente, che ciò che è rimandato è perduto. Del resto anche il Figlio di Dio ha accettato questa logica.
Quarta osservazione. In questo cammino, che per certi aspetti è di assoluta intimità, è la vita della libertà che deve rinnovarsi continuamente, perché così il cambiamento prende progressivamente e inesorabilmente forma nell’esistenza, come viene sottolineato anche dalla liturgia. Voi avete la fortuna di vivere una liturgia, come quella ambrosiana, che fa dell’evento l’unica cosa di cui si parla; la liturgia ambrosiana parla solo dell’evento, con forme anche di una poeticità assoluta, perché Sant’Ambrogio era anche un grande poeta.
La grande certezza della fede è che io cambi. La grande certezza della fede non è che Dio esista, perché Dio esiste anche per della gente che ammazza in nome di Dio. Dio viene affermato anche da gente che afferma un Dio che coincide poi con quel che pare e piace a loro. La grande certezza della presenza di Cristo, Figlio di Dio nel mondo, è che io, seguendolo, divento più me stesso.
Tuttavia, esiste una congiura perché la libertà non si rinnovi e il cambiamento non accada; una congiura che don Giussani indicava con il termine potere. Anche il Figlio dell’uomo si è trovato di fronte al potere: è interessante notare che la Chiesa ricordi le tentazioni del Signore, le tentazioni a cui il Figlio di Dio è stato sottoposto dal demonio, all’inizio della sua missione, come condizione per vivere veramente la missione. Solo quando lo ha cacciato via, Egli ha cominciato la sua missione di Figlio di Dio.
Come il potere si oppone alla fede e, quindi, come il potere rende difficile o addirittura impossibile l’esperienza del cambiamento? Come il potere agisce sull’esperienza della fede?
Il potere traduce la fede in ideologia e questo è avvenuto ai tempi di Cristo, ai tempi di Innocenzo III, ai tempi di Pio IX e, purtroppo, anche ai tempi di Benedetto XVI. Questa terribile riduzione della fede, dell’evento, a un discorso, a una formulazione teorica, a una serie di procedimenti scientifico-culturali.
Come fa il demonio a tentare Cristo? Prende spunto dalle parole dell’Antico testamento: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». La tentazione ha la formulazione di una terribile contro-versione della fede: la fede non come un evento ma come un’ideologia. Come ha risposto il Signore Gesù Cristo? Sta scritto, cioè riproponendo la coscienza esatta della fede, che non stava nelle provocazioni ideologiche del tentatore, ma stava nella nettezza della parola di Dio, che era Lui, e di cui Lui difendeva l’oggettività.
State attenti perché non bisogna essere dei grandi geni per rischiare di tradurre gli avvenimenti in ideologia. Vorrei che foste più attenti, ciascuno nella propria vita e nella vita della compagnia, perché è inevitabile e inesorabile la tentazione dell’ideologia, perché l’ideologia è infinitamente più comoda, perché per l’ideologia non si muore, non si è chiamati a scarificare la propria vita. La formulazione ideologica della fede porta a ritenere importante capire subito tutto, interpretare subito tutto, alimentando le controversie a riguardo delle interpretazioni, come accadeva ai tempi di Gesù Cristo fra le varie scuole rabbiniche. Quelli che facevano della Bibbia, anziché l’esperienza della promessa, uno spunto per discutere, sono gli stessi che hanno ammazzato il Signore; sono gli stessi che, discutendo la parola di Dio si arricchivano, perché come Benedetto XVI ci ha insegnato in modo straordinario, il Signore è stato fatto fuori dall’aristocrazia rituale e politica del Tempio di Gerusalemme, tale e quale a quella che oggi vuole far fuori la Chiesa nel mondo, anche se ha un altro aspetto.
L’ideologia può anche convenire economicamente, certamente l’ideologia trova grande spazio sui mass media, ma non bisogna dimenticare che l’ideologia è questo feroce rattrappimento dell’evento in parole, in parole umane da leggere e da interpretare moralmente. Questo è il primo modo in cui il potere tenta l’uomo e ricordatevi che è il più grave dei peccati a cui noi pensiamo normalmente: ben inteso, non che non sia grave trasgredire il sesto, il nono, il quarto, o il quinto comandamento, ma il peccato dei peccati è l’ideologizzazione della fede, la riduzione dell’evento a parole e, quindi, il tentativo di tradurre tutto secondo la propria capacità di interpretazione.
Anche all’interno della Chiesa, anche ad alti livelli, è possibile trovare gente che ritiene che il cristianesimo sia un messaggio, e che, quindi, coloro che devono difendere la fede siano quelli che interpretano il messaggio. Non esiste tradimento più radicale: questa riduzione del fatto a ideologia, del fatto che si rinnova continuamente tutte le volte che ci si incontra in nome suo, che si celebra l’eucaristia in cui Egli è realmente presente, che si pratica la carità reciproca, condividendo la vita dell’altro nella certezza della fede.
Ecco, c’è una verifica per capire se noi accettiamo questa riduzione, che è stata certamente propiziata nella storia della Chiesa, da almeno cento anni, dai dotti, dagli acculturati, dai cristiani maturi. Il mondo umano non ha bisogno di nient’altro che del popolo nuovo, di quella compagnia che è il flusso di vita che percorre il deserto del mondo. Ma questo popolo e questa compagnia sono fatti soltanto da chi è profeta. Voglio accennare a quello che poi potrete leggere, riprendendo il testo del bellissimo brano di don Giussani riportato a pag. 41 degli Esercizi. La novità è un popolo, la novità non è la tua intelligenza; la tua intelligenza si rinnova perché appartiene a un popolo; la novità non è la tua moralità, anche se magari a lungo andare cominci a diventare meno stupido e meno cattivo. La novità consiste nel fatto che esiste nel mondo un popolo nuovo, che mangia, beve, veglia, dorme, vive, muore, non più per sé stesso, ma per Lui che è risorto per noi. Allora questo essere nuovo, questo popolo giudica diversamente, investe l’esistenza con criteri nuovi, dai quali nascono giudizi nuovi irriducibili ai giudizi mondani, che poi possono coinvolgere i giudizi mondani e valorizzarli per quanto sono valorizzabili, ma che devono essere denunciati per quanto non sono condivisibili. Per questo non può esistere una visione cristiana della realtà, assimilata da un’azione ideologica senza un’azione critica. Sarebbe un tradimento. Se ci fosse una visione adeguata della realtà che prescindesse dalla fede, vorrebbe dire che la fede non conta nulla. Questo vale per tutto, anche rispetto ai particolari più banali dell’esistenza, perché non c’è niente di inutile: tutto serve per esprimere il mistero, tutto introduce al mistero, come, allo stesso modo, tutto può servire per negare il mistero.
Noi, da più di 50 anni, abbiamo chiamato cultura questo modo nuovo di guardare la realtà e carità questa fondamentale capacità di accogliere l’altro incondizionatamente. Noi dobbiamo essere intransigenti sulla verità e sulla carità, mentre sul resto discutiamo pure. Dobbiamo essere intransigenti nel portare al mondo la verità che è Cristo, questa verità che dà sapore nuovo al mangiare e al bere, al vegliare e al dormire, all’amicizia, all’affetto dell’uomo per la donna, al sacrificio della paternità e della maternità, alla durezza del lavoro, allo sconcerto per chi non ha lavoro. Intransigenti nella verità, intransigenti nella carità. Tutto il resto è un di più, tutto il resto se c’è lo prendiamo, se non c’è non deve diminuire in alcun modo l’entusiasmo della nostra fede quotidiana.
Questa carità e questa capacità di cultura formano un popolo. L’azione del cristiano nel mondo può essere fatta personalmente, singolarmente, ma se non crea un popolo non è una presenza cristiana. Un popolo non è una questione di numero, ma una questione di dimensione del cuore. Uno che si trovasse a vivere in un ambiente da solo e che non sentisse il disagio di essere da solo, evitando di legare la sua capacità di giudizio e la sua capacità di carità al desiderio che altri le percepiscano, assomiglia a quel famoso ragazzo, che era al Berchet, come ricordava Giussani, capo dell’Azione cattolica di allora, che quando entrava a scuola nascondeva il distintivo dell’Azione cattolica in modo che non si vedesse. Era un individuo molto coerente rispetto alla morale sociale, grandioso nella capacità di studio, ma che ha passato i cinque anni nelle aule del liceo senza lasciare un minimo segno del suo essere cristiano. Si può essere cristiani e vivere da soli a causa di certe circostanze, ma non senza implicare oltre a sé un popolo. L’esistenza di un popolo dipende da Dio, ma che io desideri che ci sia insieme a me un popolo, questo appartiene alla “mens” della cristianità; una mente cristiana è una mente ecclesiale, è una mente che tende a far nascere la Chiesa.
Sento infine il dovere, in coscienza, di dire a voi tutti che sono molto grato per l’affezione con cui seguite la mia vita, i miei tentativi di essere una presenza come quella che ho descritto fino adesso, chiara nel giudizio e forte nella capacità di carità. Sento il dovere di dire un’ultima cosa. Giovanni Paolo II negli ultimi tempi del suo pontificato ha usato una espressione terribile che è stata ovviamente silenziata. Egli ha detto che esiste una lotta inesorabile escatologica nella Chiesa. Ora la lotta escatologica secondo la tradizione è la lotta tra la Chiesa e il mondo. Invece il Santo Padre ha detto che esiste una lotta escatologica dentro la Chiesa; è stato come dire che il nemico di Dio ha preso posto nella Chiesa. Il nemico del Figlio dell’uomo è riuscito ad entrare nei gangli della vita vera e autentica della Chiesa e lì la lotta è diventata terribile. Badate che non c’è nessuna decisione che la Chiesa prenda che sia immune da questa lotta. Non si cambia un vescovo piuttosto che si attribuisca una responsabilità, o si prenda una posizione su un avvenimento, senza che dietro ci sia stata questa terribile lotta per l’affermazione del demonio e per l’affermazione di Cristo. E questo certamente rende la vita di coloro che nella Chiesa vogliono essere fedeli fino in fondo al mistero di Cristo particolarmente difficile.
Saperlo vuol dire incrementare l’amore alla Chiesa. Non serve soffermarsi per cercare di vedere chi sono, del resto ci sono alcuni di questi servitori del demonio che si riconoscono facilmente: basta sentirli parlare e soprattutto basta vedere il rigore con cui perseguono il proprio potere anche economico, ma è inutile la disamina. Bisogna tenere presente questo aspetto drammatico: se il Papa ha detto così, questa frase è vera per me e dopo sette anni di episcopato è vera anche come esperienza. Perciò, là dove viviamo le nostre vicende di tutti i giorni, noi dobbiamo cercare di dare il nostro contributo alla grande lotta che il Figlio di Dio fa contro coloro che tentano di eliminarlo dalla considerazione della vita e della storia; noi sappiamo che la vittoria sul Figlio di Dio non può essere realizzata da nessuno. Noi sappiamo che il demonio ha perduto la guerra, ma cerca di vincere quante più battaglie può vincere, e su questo il Figlio di Dio dipende dall’energia, dalla forza, dal coraggio, dalla chiarezza, dalla capacità di sacrificio di coloro che difendono il destino di Cristo nella Chiesa.
Io credo che per il tipo di consapevolezza che ci lega da parecchi anni, per questa familiarità, voi dobbiate sentirvi insieme a me particolarmente responsabili e pregare ogni giorno lo Spirito Santo di Dio e la madre del Signore. Il demonio è stato sconfitto certamente dal mistero della morte e della risurrezione di Cristo, ma Cristo è morto ed è risorto perché la Madonna lo ha generato e, quindi, l’inizio della redenzione, come dice la tradizione della Chiesa, si trova nell’annunciazione, cioè nella capacità della Madonna di dir di “sì”. Del resto non dimentichiamo quella straordinaria profezia contenuta nella Genesi, l’immagine della donna che schiaccia il serpente, in cui la coscienza cristiana ha anticipato la vittoria della Madonna sul demonio.
Incrementare di più l’amore a Maria, attraverso per esempio una cura maggiore del rosario, io credo sia un segno di forza e di intelligenza.


