L’episcopato: un mistero profondo

Omelia pronunciata da mons. Luigi Negri nella Cattedrale di Ferrara, il 9 maggio 2015, in occasione del decimo anniversario della sua ordinazione episcopale (7 maggio 2005, Duomo di Milano).  


Sia lodato Gesù cristo!

È un mistero profondo, quasi impronunciabile, quello che lega la figura del vescovo nella Chiesa con la realtà di Cristo. La tradizione magisteriale usa, infatti, per il vescovo, lo stesso termine che il Concilio Tridentino usò nella riproposizione vigorosa e radicale dell’Eucaristia, ovvero presenza reale del Signore Gesù Cristo, del suo sacrificio e della sua risurrezione. Come l’Eucaristia rende presente il mistero di Cristo così il vescovo rende presente Cristo, ed è così perché non ci sono Eucaristie valide, non c’è una proclamazione autentica della Parola, non c’è una formazione educativa del popolo cristiano se non c’è il vescovo. Il vescovo è l’immagine viva, attiva, efficace della presenza del Signore, oggettivamente e al di là e prima dei meriti e dei demeriti, al di là e prima di tutto ciò che in lui appare mirabile oppure deprecabile.

È l’oggettività della consacrazione, di questa scelta che il Signore fa di uno di noi perché entri definitivamente in quel collegio episcopale che, guidato dal successore dell’apostolo Pietro, fa giungere fino ad oggi la vita viva della Chiesa.

Guai, però, se questa vertiginosa responsabilità oggettiva non trova corrispondenza nella vita, non trova accoglienza reale e volontà di vivere quello che ci è consegnato nel mistero della nostra consacrazione. Per questo il vescovo rappresenta significativamente il Signore in quanto ne è umile imitatore. Il vescovo vive in prima persona l’unica grande regola morale che scaturisce dalla vita della fede della Chiesa: essere imitatori del Signore. L’imitazione di Cristo non a caso ha segnato per secoli la vita culturale e pastorale della Chiesa, soprattutto quella dell’Occidente. Essere dunque imitazione viva del Signore per essere vivamente suo segno, sua presenza; una presenza tale che può essere pacificante per chi cammina nei sentieri della fede o inquietante per chi non cammina ancora per i sentieri della fede o urtante e inimica per coloro che rifiutano il sentiero della fede.

Ora, fratelli e sorelle, amici, dopo questa radicale formulazione che lascia sgomenti e che fa chiedere al Signore ogni giorno: «Io credo ma tu aumenta la mia fede», nasce il miracolo a cui il vescovo assiste in maniera determinante: la nascita del popolo cristiano.

Il popolo cristiano nasce attorno a Cristo e per il nome di Cristo e per il determinante intervento del vescovo. L’antica liturgia della chiesa ambrosiana, nella quale sono nato, nell’antifona di ingresso della Messa del sacratissimo Cuore di Gesù dice: «Signore Iddio, nella umiltà del mio cuore io ti ho offerto tutto e ho visto nascere, attorno a me, con immensa gratitudine, un popolo».

Che nasca il popolo, fratelli e sorelle, è ciò a cui il vescovo tende, è ciò che il vescovo rinnova come volontà, come decisione, come disponibilità, come cura appassionata e continuativa. È necessario che nasca il popolo e, per la condizione in cui vive la nostra società, e in essa ovviamente la Chiesa, ha come diverse facce, diverse sfaccettature, che il vescovo sente allo stesso modo far parte della sua vita e del suo servizio.

C’è il popolo di coloro che credono, che non credono una volta per sempre, ma sanno rinnovare, aiutati dalla vita della Chiesa, questo incontro che si deve sempre rinnovare, come ricordava spesso San Giovanni Paolo Il. Sì, fratelli, è necessario sempre rinnovare l’incontro con Cristo e consentire all’incontro con Cristo di svolgersi nella vita quotidiana, – assumendo e risignificando tutte le dimensioni della vita, quelle personali, culturali, sociali e politiche –, in un sentiero che Dio stesso ha percorso in Cristo per venire da noi.

C’è poi il popolo di coloro che stanno percorrendo il sentiero che dall’uomo va verso Dio, ossia questo popolo che, ancora implicitamente magari, sente tutto il fascino dell’inquietudine creativa, come ci ricordava Sant’Agostino, ovvero quell’inquietudine che ci impedisce di accontentarci ogni giorno delle piccole speranze che deludono, per andare alla ricerca della speranza che non delude. Anch’essi, anche se più misteriosamente, fanno parte di questo popolo di cui mi sento padre.

Fanno parte di questo popolo, anche se in modo doloroso, coloro che non sono più fra noi; o perché lo hanno esplicitamente e consapevolmente rifiutato o perché vivono in una lontananza indotta magari dal predominio della mentalità dominante. Anche loro sento miei e mi pare di essere come il padre del figliol prodigo che sulla terrazza della sua casa scruta l’orizzonte per vedere se possa ricomparire il volto di colui che se n’è andato. Coloro che se ne sono andati sono lontani ma dobbiamo riprenderli in questo giro di amicizia, come ci ha indicato, in maniera mite e tassativa, Benedetto XVI che, alla fine di quell’indimenticabile Sinodo sulla Evangelizzazione, ci ha consegnato la nuova evangelizzazione come il compito del recupero di quelli che sono lontani. Questo è il mio popolo, questo è il popolo che non viene tutte le domeniche in chiesa, ma è un popolo che sento presente.

A questo popolo, fratelli e sorelle, lo ha già ricordato con profondità e benevolenza mons. Casaroli, ho cercato di spezzare il pane della Verità: la Verità di Dio, la Verità di Cristo, la Verità sull’uomo, la Verità sulla storia, perché senza verità non c’è vita e senza verità non c’è amore. Un padre che non dica la verità, anche dolorosa, ai suoi figli non è padre. La Parola della Verità ci fa guardare il mondo come solcato dalle più diverse situazioni, le più difficili, le più contraddittorie, le più laceranti, ma dentro questo contesto aggrovigliato noi abbiamo la certezza di portare ciò che il cuore dell’uomo attende e non può darsi: «Quello che voi adorate senza conoscere io ve lo annunzio» (At 17, 23). A partire da questa Verità nasce lo stupore, non meno grande, di vedere in noi crescere la capacità di accoglienza di chiunque, senza nessuna esclusione, senza nessuna limitazione, senza nessuna precomprensione, senza nessun pregiudizio.

Mi pare di essere stato in questi anni, non solo qui, ma anche qui, come la casa del Signore che si apriva di fronte agli uomini di questa terra. Chiunque ha potuto entrare in questa casa e chiedere ciò che desiderava giusto chiedere, o ciò di cui aveva letizia, perché, nella fedeltà dei nostri fuggevoli giorni, possiamo arrivare alla vita che non tramonta.


Qui il video e la trascrizione dell’intervento di mons. Luigi Negri a conclusione della cerimonia di ordinazione episcopale (7 maggio 2005 – DUOMO di Milano): I sentieri della Provvidenza