L’eredità di mons. Negri, testimone della verità

di Vincenzo Sansonetti

Ricordiamo la lezione umana e cristiana di monsignor Luigi Negri, da portare avanti con coraggio e responsabilità

 

«Monsignor Luigi Negri ha vissuto con intensità la sua appartenenza alla Chiesa, la sua appartenenza al movimento di Comunione e Liberazione». Accompagniamolo «nel suo congedo da questa terra chiedendo che con i suoi scritti e il suo insegnamento, con il suo ministero e la sua sofferenza, anche ora interceda invocando per tutti lo Spirito della riconciliazione».

Queste le toccanti parole di monsignor Mario Delpini nell’omelia ai solenni funerali dell’arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, morto a 80 anni il 31 dicembre 2021. Presenti nel Duomo di Milano decine di vescovi e sacerdoti, ma anche migliaia di amici che Negri ha paternamente guidato, in tempi così difficili come i nostri, nel cammino della fede. Tra quegli amici c’è anche il sottoscritto, che dagli anni del liceo in poi lo ha sentito sempre vicino, soprattutto nei momenti più delicati della vita, quelli delle scelte decisive: un maestro e un punto di riferimento che non dobbiamo dimenticare, perché la nostra testimonianza sia autentica e missionaria.

Negri non accettava quella che definiva la “riduzione emotiva della fede”. Affermava che «oggi la Chiesa nel mondo sembra essere diventata un’erogatrice di sentimenti, di emozioni. Non abbiamo più il coraggio della verità». E si riconosceva pienamente nell’insegnamento di  San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: la loro grandezza storica è «non aver ceduto assolutamente all’idea che la Chiesa dovesse accontentarsi di un piccolo o grande posto favorito dal potere». Nel suo ministero episcopale ha sempre ribadito la centralità della dottrina sociale della Chiesa contro i tentativi, anche nel mondo cattolico, di azzerare la presenza cristiana nella società. Se non ci sarà più una «Chiesa presente», miseramente ridotta a «Chiesa dei musei», «non ci sarà più Occidente».

Monsignor  Negri ha dedicato particolare attenzione alla riflessione sul potere e il suo rapporto con la vita e le esigenze del popolo. Di umili origini («da piccolo non ho mai avuto una stanza tutta per me», confidava), cresciuto in una famiglia semplice ma dalla fede salda, sapeva cogliere quali sono i bisogni autentici delle persone, le loro aspettative, spesso disattese dal potere di turno. Che si nasconde dietro «la correttezza della procedura». La fresca e non edificante vicenda della rielezione al Quirinale di Mattarella, che ha mostrato tutta la pochezza e insignificanza della nostra classe politica – un teatrino ridicolo e incomprensibile per i cittadini –  fa tornare d’attualità le acute osservazioni espresse qualche anno fa dall’arcivescovo emerito di Ferrara. «Se le cose sono fatte in modo proceduralmente corretto» siamo tenuti a riconoscere che «sono  vere, al punto che non esiste altra verità di nessun altro ordine, né morale né religiosa, che si possa far valere». L’esito è che «la struttura del potere all’esterno appare assolutamente funzionante. Anzi, la si sottopone ogni tanto a riforme che rafforzino la struttura proprio dal punto di vista della procedura, perché essa risulti il più possibile coerente, corretta, ma senza mai misurarsi con il popolo».

Negri ci invita a rileggere le pagine di Dostoevskij dove parla della figura dell’Anticristo. Che va inteso nella sua natura e nelle sue caratteristiche. L’Anticristo, nella visione profetica dell’arcivescovo emerito, «è un uomo, ė un gruppo, è un movimento, è, magari, una Chiesa, se rinuncia all’evangelizzazione e accetta di accudire le conseguenze etiche e sociali che derivano» dall’accettare un mondo e un assetto sociale che rifiuta Cristo o, peggio, lo mistifica. «Non ho mai accettato», aggiunge, «né come cristiano né come prete né come  vescovo, una formulazione della Chiesa che non fosse rispettosa dei dati della tradizione. Una tradizione che non è nella disponibilità di nessuno, neanche di un singolo Papa. Le parole della Chiesa formano un movimento dottrinale che il magistero del Papa custodisce e comunica. All’interno di questo deposito c’è il positivo e il legittimo, fuori di questo il negativo e l’illegittimo». L’ostilità verso una presenza attiva dei cristiani purtroppo da tempo si è radicata anche in settori della Chiesa, frutto di una malintesa stagione postconciliare, che a metà degli anni Settanta sosteneva, per bocca di qualche “guru”, che «poiché la società era andata acquisendo una consapevolezza nuova di sé, era necessario che cessasse ogni funzione di supplenza da parte della Chiesa». Ancor oggi «ampie porzioni dell’ecclesiasticità hanno previamente accettato che la nostra sia una partecipazione secondaria alla vita sociale e politica del Paese. Aiutate i poveri, viene predicato». E ci si ferma lì. «Un’immagine di Chiesa come sempre l’hanno avuta i laicisti, almeno i più intelligenti». Ma l’esperienza cristiana è ben di più: un incontro, un avvenimento, una  testimonianza.

Il rischio  più concreto e diffuso è la riduzione della Chiesa a “erogatrice di servizi”. Negri era convinto che «le autorità ecclesiali saranno nei prossimi decenni premute, messe in crisi e mortificate da questa mentalità. Non si può accettare che la Chiesa sia intesa come una centrale che fornisce servizi al consumo». Chiaro il riferimento alla considerazione dei sacramenti come un diritto, senza una adeguata preparazione e senza i requisiti necessari. Ma c’è qualcosa di peggio: la deriva verso la protestantizzazione e la sorprendente rivalutazione di Lutero. Il responsabile della «scomparsa della Chiesa nel centro Europa» si può considerare a tutti gli effetti «il padre legittimo di tanto progressismo cattolico, per il quale diventa più importante ricordare i 500 anni dall’affissione delle Tesi di Lutero a Wittenberg piuttosto che i cento anni dell’apparizione della Madonna di Fatima». Occorre infatti ricordare che «quegli straordinari messaggi di Maria in Portogallo costituiscono la vera e propria teologia della storia del XX e del XXI secolo. La Chiesa, ci ammonisce la Madonna, deve ritrovare la coscienza della sua identità e il vigore della missione». Come fare?

Vescovo per dodici anni in due diocesi diverse e profondo conoscitore della Chiesa italiana, Negri aveva una sua “ricetta”: «l’episcopato italiano deve essere rilanciato nella sua impresa di guida del popolo cristiano», senza farsi condizionare da altre Chiese europee che hanno «la colpa grave di avere sconsideratamente accolto la mentalità mondana come punto di riferimento determinante. Questo è accaduto per la Chiesa francese, la Chiesa belga, la Chiesa tedesca», sottomesse alla «volontà snob della peggiore Europa», che critica la fede solida e profonda delle Chiese africane. Educatore e punto di riferimento per generazioni di giovani, Negri amava citare una frase di Georges Bernanos in un suo diario del 1914: «Siamo andati dai nostri adulti a chiedere le ragioni per vivere, per tutta risposta ci hanno mandato a morire sulle rive della Marna». Una tragedia che si rinnova: «La Marna oggi sono i contesti da cui molti giovani escono annichiliti, disumanizzati, drogati o sbronzi, o quelli in cui poi si ammazzano sulle strade». Occorre ripartire da una paternità vera, cioè il rapporto con Dio, perché «è il Padre eterno quel padre che si vuole eliminare». Un Padre che invece ci è accanto e che per Negri è stato una presenza a cui si è affidato in tutta la sua vita.

NOTA
Le citazioni nel testo sono tratte dalla prefazione di mons. Luigi Negri a “Il Padrone del mondo” di Robert Hugh Benson (Fede & Cultura, 2014) e dal libro-intervista di Luigi Negri con Giampiero Beltotto “La sfida. Un viaggio della fede da Giussani a Ratzinger” (prefazione di Roberto de Mattei, Lindau 2018).


(Tratto da: Vincenzo Sansonetti, L’eredità di mons. Negri, testimone della verità, https://lanuovabq.it, 31 dicembre 2022)

Immagine in evidenza: mons. Luigi Negri nel giorno della sua ordinazione episcopale