Concilio Vaticano II: continuità, non rottura

Pubblichiamo il podcast (con la sua trascrizione) di una breve intervista rilasciata da mons. Luigi Negri al giornalista Mauro Faverzani per il portale web conciliovaticanosecondo.it, il 27 settembre 2012, in occasione del 50° anniversario dell’apertura del Concilio e dell’allora imminente indizione dell’Anno della Fede da parte di Papa Benedetto XVI. Un contributo nel quale si sottolinea l’importanza del paradigma ermeneutico della continuità nell’interpretazione del Concilio, secondo quanto insegnato da san Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI (vedi il Discorso alla curia romana del 21 dicembre 2005).


A 50 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II il Santo Padre Benedetto XVI ha indetto l’Anno della Fede e lo ha fatto con il Motu proprio Porta fidei in cui il pontefice ha tenuto però di invocare una giusta ermeneutica nel recepire i testi conciliari citando peraltro il suo predecessore, il beato Giovanni Paolo II, che già invitava a leggerli in maniera appropriata. Perché lo chiediamo a monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino Montefeltro.

Perché certamente in questi anni, che ci separano dalla conclusione del Concilio, fino ad oggi, è certamente prevalso nella ecclesiasticità — sottolineo ecclesiasticità —, nell’ambito dei teologi, degli esegeti, eccetera…, la tentazione di pensare e di leggere il Concilio come totalmente avulso dalla tradizione ecclesiale magisteriale che lo aveva preparato. Ecco perché il Santo Padre ha iniziato…, sotto i nostri occhi in maniera ancora più esplicita di quanto non l’avesse fatto Giovanni Paolo II — perché Benedetto XVI ha tematizzato la questione —, ci ha insegnato, ci sta insegnando una ermeneutica della continuità e non quella della discontinuità. Pensare che tutto quel che veniva prima del Concilio era negativo e solo il Concilio è positivo; pensare che tutto quello che è venuto dopo il Concilio è negativo e tutto ciò che era prima è positivo: questa contrapposizione — che ha anche un certo livello di rozzezza intellettuale e morale anche quando si ammanta di intellettualità — questa contrapposizione non ha nessun senso, non ha nessun sostegno nei documenti. Soprattutto non ha nessun sostegno in quella grande progressiva reinterpretazione o interpretazione adeguata del Concilio che è diventata il contenuto fondamentale, l’obiettivo fondamentale del magistero di Giovanni Paolo II, così come viene affermato da lui nelle prime pagine della Redemptor Hominis.

Ecco io credo che oggi la sfida, in questo Anno della Fede, sia di riaccostare — nella nostra diocesi lo abbiamo fatto nella tre giorni del clero appena conclusa — di accostare l’evento conciliare e i testi conciliari, perché dopo 50 anni l’evento conciliare ci parla attraverso i testi, come la tradizione della prima Chiesa nei primi decenni ci parla attraverso la Parola di Dio scritta. Ecco rileggere la tradizione del Concilio, l’insegnamento del Concilio e investire di questo la problematica personale, ecclesiale, culturale, sociale… questa è la sfida che io mi sento entusiasta di accogliere dalle parole e dalla presenza di Benedetto XVI perché sento che sia la cosa più importante, non soltanto per la Chiesa, ma anche per l’umanità.

Non ha l’impressione che anche nella Chiesa molti parlino del Concilio Vaticano II ma pochi lo conoscano veramente? Origine questo anche di molte fughe in avanti, per così dire, tanto fantasiose quanto illegittime?

Ma io  ritorno a un prezioso inciso del discorso con cui Giovanni Paolo II ha concluso un convegno di studi in Vaticano sul Concilio Vaticano II qualche anno prima della morte, forse 2002-2003, in cui disse: Io ero al Concilio”. “Non tutti quelli che siete qui eravate al Concilio e posso dirvi qual è stato l’intendimento fondamentale del Concilio: testimoniare all’uomo di questo tempo che neanche per lui è possibile un’autentica esperienza di umanità se non nel riferimento a Cristo e alla Chiesa.

Io credo che la smemoratezza molte volte voluta  di questa chiave fondamentale di lettura del Vaticano II sia all’origine di quelle che hai chiamato “fughe in avanti”, che non so se siano  in avanti ma sono certamente fughe dalla concretezza e dalla quotidianità del nostro essere testimoni, forti e miti, di Gesù Cristo di fronte al mondo di oggi. Io non credo che la Gaudium et Spes, per esempio, citata e stracitata, possa essere tirata a dire che è meglio il silenzio o è meglio fare del dialogo l’obiettivo ad ogni costo perché non si ritrova nulla di questo. Il dialogo — ce l’ha insegnato la Gaudium et Spes e l’ha ripreso in maniera formidabile Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam suam — il dialogo è l’espressione dell’identità, non è un’alternativa all’identità. Non è che l’identità cristiana si costruisce a partire dal dialogo: l’identità ecclesiale si costruisce a partire dal riconoscimento di Cristo presente sacramentalmente nella sua Chiesa. L’esito di questo è la capacità di incontrare… diceva Giovanni Paolo II al movimento di CL tanti anni fa per il nostro quarantesimo: “La cosa che amo di più in voi è questa capacità di incontrare, di conoscere e di valorizzare”. Ma è un uomo che sa chi è che desidera incontrarsi con gli altri anche per percepire in che senso esista una diversità… Se un uomo non ha una faccia, una storia, un temperamento, una cultura, di che cosa … il dialogo diventa la palude in cui la sua così “debole identità” finisce per andare alla malora.

C’è chi, anche alcuni prelati, invoca un Vaticano III. Lei che cosa ne pensa, secondo lei è necessario?

Assolutamente no. È necessario approfondire, capire e attuare il Vaticano II che rimane, nella consapevolezza che ne ha criticamente la ecclesiasticità, qualcosa di sostanzialmente ignoto e di cui si leggono alcune parti secondo certe ottiche, sia progressiste come reazionarie. Si leggono alcuni brani a discapito di tutto il complesso testuale e soprattutto senza tener presente che l’interprete vero del Concilio, il suo significativo attuatore sia teorico che pratico, è il magistero del Vescovo di Roma.