Una voce dissonante

La designazione di mons. Luigi Negri a vescovo di San Marino-Montefeltro, il 17 marzo 2005, fu una delle ultime e più felici nomine di Giovanni Paolo II. Essa rappresentava il riconoscimento del valore di un sacerdote di sessantaquattro anni che aveva servito la Chiesa senza mai piegarsi alla logica del «politicamente corretto». Mons. Luigi Negri era, ed è, un uomo di vera fede, di cultura e di libertà di spirito, mentre lo scarso spirito di fede, la modestia culturale e il servilismo hanno purtroppo caratterizzato la larga parte dei vescovi italiani nell’epoca post-conciliare.

Tra i miei ricordi c’è un incontro che, con Giovanni Cantoni, avemmo, nel 1979, con mons. Luigi Maverna (1920-1998), segretario della Conferenza Episcopale Italiana, per chiedere un appoggio, anche tacito e indiretto ma benevolo, alla raccolta di firme che Alleanza Cattolica intendeva avviare per un referendum abrogativo della legge 194 sull’aborto, appena approvata. Mons. Maverna ci manifestò la totale indisponibilità della CEI a sostenere qualsiasi iniziativa referendaria (salvo poi appoggiare, nel 1981, il referendum «minimale», abortista, del Movimento per la Vita). La ragione era chiara. La CEI, allora presieduta dal cardinale Antonio Poma, appoggiava discretamente il compromesso storico e voleva evitare la politica degli «steccati» o, come oggi, si dice, dei muri contrapposti. Il referendum spaccava, così come le Marce per la vita sono oggi accusate di creare un clima di scontro culturale e la strategia che da allora a oggi si seguì, fu quella della mediazione e del compromesso.

Mons. Maverna fu nominato, nel 1982, arcivescovo delle diocesi, poi riunificate, di Ferrara e Comacchio. Nel 1995 Giovanni Paolo II lo sostituì in quella diocesi con mons. Carlo Caffarra (1938-2017), che aveva tutt’altro orientamento, provenendo da Comunione e Liberazione. Mons. Caffarra nel 2003 fu nominato arcivescovo di Bologna e poi creato cardinale, mentre mons. Negri, anch’egli allievo di don Giussani, dopo sette anni passati a San Marino-Montefeltro, fu nominato all’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio da Benedetto XVI nel 2012. A Ferrara, come a San Marino, mons. Negri seguì una strada diversa da quella di molti suoi confratelli nella CEI, ribadendo soprattutto la dottrina sociale della Chiesa contro i tentativi, anche cattolici, di vanificare la presenza cristiana nella società. Mons. Negri è sempre stato convinto del diritto e del dovere della Chiesa di esprimersi su tutti i temi religiosi e morali che concernono l’uomo, in particolare quelli che Benedetto XVI ha definito «valori non negoziabili»: vita, educazione, famiglia. I vescovi non devono cimentarsi nelle negoziazioni tipiche del mondo politico, suggerendo leggi meno buone per evitare le pessime. Essi, al contrario, devono ricordare ai politici il loro dovere di promulgare leggi conformi ai princìpi della dottrina sociale della Chiesa e dell’ordine naturale cristiano.

Nei dodici anni di servizio episcopale, mons. Negri è stato una voce dissonante tra i vescovi italiani, che hanno mostrato la loro debolezza di fronte a leggi inique come quelle sulle unioni civili o sul biotestamento. Mons. Nunzio Galantino, segretario della CEI dal 2014, è il rappresentante per eccellenza di una linea di dialogo e di resa che viene da lontano, mentre nella storia e nell’opera di mons. Negri, fin dai tempi in cui affrontava a viso aperto la contestazione, sui banchi di scuola e nelle aule dell’università, troviamo l’espressione di una controparte culturale di sensibilità diversa. L’esperienza del ’68 costituisce una discriminante storica per il nostro vescovo. Tra il 1968 e il 1978, egli afferma che si è consumato il delitto più grave: un pensiero non cristiano stava occupando la Chiesa e pretendeva di essere il motivo interpretativo della fede. Questa tragedia è ancora imminente perché quel pensiero anticristiano potrebbe diventare perfino maggioritario, ma non sarà mai il pensiero della Chiesa, perché resterà sempre un piccolo residuo del popolo di Dio saldamente ancorato alla fede.

La proclamazione della fede rientra nella vocazione missionaria della Chiesa. La Chiesa di Cristo, nella sua storia, afferma mons. Negri, non ha mai accettato di tacere.

La chiave di lettura della Chiesa e della sua storia, secondo me, è appunto la missione, cioè la proposta integrale di Gesù Cristo come risposta esauriente alle esigenze che scaturiscono dall’ascolto dell’esperienza umana. Questo cambia la prospettiva degli uomini che, nella storia, servono la Chiesa. In ogni momento noi vescovi dobbiamo chiederci se siamo animati dal senso della missione o da altro.

Chi vuole conoscere la figura di mons. Negri trarrà profitto dalla lettura di questo libro, che sono onorato di presentare, pur non riconoscendomi in tutti i giudizi storici formulati dall’intervistatore e dall’intervistato.

La mia formazione è stata diversa da quella di mons. Negri, anche se abbiamo avuto qualche amico e maestro comune, come Augusto Del Noce, e non ho mancato di esprimere, nel 2013, sul «Foglio», le mie riserve sul movimento di Comunione e Liberazione, che aveva tuttavia al suo interno diverse anime. Con la linea teologica e pastorale che oggi porta avanti mons. Negri mi sono felicemente ritrovato. Ritrovarsi non significa annullare le diversità, ma penso che sia preferibile combattere sulla stessa trincea, partendo da posizioni diverse, piuttosto che trovarsi su fronti opposti, partendo dalle medesime posizioni (come purtroppo accade, soprattutto negli ambienti detti «tradizionalisti»).

L’individuazione del nemico – in questo caso dei nemici della Chiesa – è fondamentale per definire le proprie scelte. Oggi è venuta meno l’idea di Chiesa militante e il combattimento cristiano è stato sostituito da un irenismo e da un sincretismo che è il tratto distintivo dell’Anticristo. Il romanzo profetico di Robert Hugh Benson, Il padrone del mondo, preceduto nella sua edizione italiana (Fede e Cultura, Verona 2011), da una prefazione di mons. Negri, mostra come l’utopia tecnocratica del mondialismo possa sposarsi con l’utopia religiosa del sincretismo. In nome di questo universalismo tutto viene accettato, fuorché la Chiesa cattolica di cui si programma l’eliminazione, in nome di una nuova religione. «L’Anticristo è un uomo, è un gruppo, è un movimento, è, magari, una Chiesa».

Tra le pagine più importanti di questa intervista, sono quelle, a mio parere, in cui mons. Negri sottolinea la crisi culturale dei seminari, dove viene insegnata una teologia impregnata di protestantesimo. Lutero – egli dice – è il padre del progressismo teologico cattolico, per il quale diventa più importante ricordare i 500 anni dell’affissione delle tesi di Wittenberg piuttosto che l’anniversario dell’apparizione della Madonna a Fatima. «Bisogna ricordare che quegli straordinari messaggi di Maria in Portogallo costituiscono una vera e propria teologia della storia del XX e del XXI secolo». Oggi la teologia della storia, che presuppone un giudizio delle vicende umane alla luce dei princìpi perenni del Vangelo, è sostituita dall’immersione della storia, che in termini filosofici si chiama immanentismo.

L’immanentismo costituisce il nucleo dottrinale del modernismo, fulminato da Pio X nell’enciclica Pascendi dell’8 settembre 1907. Il modernismo è riaffiorato con rinnovato vigore, soprattutto in questi ultimi anni e con maggior violenza nel momento attuale, e ha la sua espressione nelle interpretazioni progressiste dell’esortazione Amoris laetitia e nell’ecomarxismo dei movimenti popolari dell’America Latina, trascrizione politica della metafisica di Karl Rahner. Mons. Negri, nella cui formazione, tanto ha contato l’idea di evento e di esperienza, combatte però con vigore la filosofia della prassi in nome della verità del Vangelo. «Oggi – afferma – la Chiesa nel mondo sembra essere diventata un’erogatrice di sentimenti, di emozioni. Non abbiamo più il coraggio della verità». Questo richiamo alla verità è un punto chiave nell’epoca del relativismo per il quale bene e male sono correlativi. Una verità che non sia vissuta è sterile, come è sterile la fede senza le opere, ma un cristianesimo che faccia dei risultati concreti il criterio di verifica dei propri princìpi non ha nulla a che fare con il Vangelo di Cristo.

Senza questo richiamo ai princìpi non si comprende come, per mons. Negri, la sfida radicale del cristianesimo è oggi la questione formativa. Bisogna evitare di cadere in quell’isolamento intellettuale in cui sono finiti tanti teologi neo-scolastici, ma l’esperienza dei movimenti – sostiene – non regge più proprio per la carenza di formazione dottrinale. La strada che indica mons. Negri è quella di un cristianesimo affermato e vissuto. La fede di un uomo non si esprime solo nelle sue parole, ma si riassume in gesti significativi e concreti, che rendono feconda la sua testimonianza. Quando il vescovo Luigi Negri partecipa lungo le strade di Roma alla Marcia per la vita, quando appone la sua firma alla Dichiarazione di fedeltà alla dottrina del matrimonio, e quando permette ai suoi parroci di attingere al tesoro della liturgia tradizionale, egli compie gesti che si situano sulla linea profetica di chi oppone il Vangelo alle mode del tempo.


Roberto De Mattei, Prefazione a Luigi Negri – Giampiero Beltotto, La sfida. Un viaggio della fede da Giussani a Ratzinger, Edizioni Lindau, 2018 Torino, pp. 5 – 10.