La potenza della Risurrezione

Piero della Francesca, Risurrezione di Cristo, Museo Civico di Sansepolcro

Meditazione tenuta da mons. Luigi Negri in occasione di un ritiro spirituale di un gruppo della Fraternità di Comunione e Liberazione (Milano, Quaresima 2007).


Il cuore della vita è il riconoscimento amoroso della sua Presenza, come ci ha insegnato don Giussani. La preghiera rende esperienza questo riconoscimento amoroso e ogni volta consegna la nostra vita, in ogni momento, alla grande energia trasformatrice dello Spirito di Cristo risorto, che abita nei nostri cuori – come dicevano gli antichi scolastici – e compie già sulla terra gli inizi di quel cambiamento che sarà assolutamente evidente di fronte al Padre nell’eternità. (…)

Nella seconda domenica del rito Ambrosiano una preghiera riassume in maniera straordinaria la questione fondamentale del nostro ritiro di oggi: «Guarda pietoso, o Dio, a quei servi che la passione del Figlio tuo ha redento, ma sono ancora gravati dal peso di nuove colpe. Fa’ che, conquistata la remissione dei peccati in virtù dello Spirito rinnovatore, siano nella tua Chiesa segni perspicui della tua inesauribile misericordia».

Pertanto avremmo già fatto molto, se non tutto. cercando di comprendere (secondo la suggestione che viene allo stesso modo dal ritiro dagli Esercizi della Fraternità) come questa grande preghiera non è solo la preghiera della Quaresima, ma è la preghiera della vita. È la preghiera della storia, perché la vita cristiana è la storia di Dio nel mondo che si realizza attraverso di me, attraverso la vita, attraverso il mangiare, attraverso il matrimonio, attraverso i figli, attraverso la politica; è la storia di Dio nel mondo attraverso la mia storia, attraverso il posto che ho preso e mantengo in questa storia.

Dovreste impararla a memoria per poter dirla e ridirla quando la vita stringe, quando la vita è dura, quando il limite appare all’orizzonte della nostra coscienza, perché soltanto il cinismo di certi vecchi può abituarsi all’esperienza del male. Preghiamo perché non diventiamo mai cinici. È meglio un filo di disperazione, dal quale ci si può riprendere con un grido, «Dio vieni a salvarmi», che un filo di cinismo. (…)

Primo passaggio. La Risurrezione. La grande lezione che riprendiamo oggi dagli scorsi Esercizi della Fraternità è «la potenza della sua risurrezione» (Fil 3-10). (…)

Noi partiamo da qui. Non c’è un’altra cosa, non c’è un’altra realtà di noi, non c’è un’altra realtà della storia e del cosmo: Cristo Redentore dell’uomo, centro del cosmo e della storia. La parola che apre alla vita, che apre coscientemente alla vita, che apre all’esistenza quotidiana è la certezza che Cristo è risorto. È la grande intuizione che Papa Benedetto ha fornito sia nella grande veglia Pasquale dell’anno scorso sia, soprattutto, in modo altissimo e ancor più articolato, nel grande discorso fatto alla Chiesa italiana a Verona (19 ottobre 2006). La Risurrezione di Cristo è la grande mutazione genetica che è accaduta nella storia. C’è un uomo nuovo nel mondo che ha come suo DNA la Risurrezione di Cristo. È a questo avvenimento che siamo stati chiamati a guardare: il Signore risorto. Questo giudizio di fede è stato gridato nelle condizioni più diverse, non senza timore, non senza incertezza, non senza la tentazione di sbagliare. Ciò è chiaro nel Vangelo: quando il Risorto appare ai discepoli, rimangono «stupiti e spaventati» perché «credevano di vedere un fantasma» (Lc 24, 37), ma nel brano di Giovanni, capitolo 21, che culmina nella grande domanda a Pietro, «Mi ami tu?», Pietro lo riconosce e si butta in mare per raggiungerlo; allo stesso modo Maria Maddalena, che è andata al sepolcro per venerare il corpo di Gesù deposto nel sepolcro e se lo vede accanto, non lo riconosce fino a quando Lui non la chiama per nome: «Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro!» (Gv 20, 16). Una tenerezza invincibile. O ancora quel momento nel quale il Signore si china e accetta la misura di Tommaso che lo ha sfidato: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato» (Gv 20, 27).

La Resurrezione di Cristo è un evento della storia di cui i primi sono stati testimoni perché hanno visto e contemplato. È la storia di Cristo che si compie in modo assolutamente incredibile e che entra nella storia, sta nella storia di fronte alla fede e alla libertà dei primi e dalla fede e dalla libertà dei primi è stata comunicata a ogni generazione.

Noi non fondiamo la totalità della nostra vita su un progetto o su un’idea, come ha sempre detto Benedetto XVI in quella frase della Deus Caritas est tante volte ripetuta, giustamente, nella vita del Movimento. All’origine del cristianesimo non sta un’idea religiosa, non un progetto morale, sta lo sconcertante incontro con un avvenimento reale che ci trascende: Cristo morto e risorto, principio di vita nuova in sé e in tutti coloro e per tutti coloro che credono in Lui. Noi siamo stati fatti partecipi della più grande mutazione genetica che Dio ha determinato nella storia con la morte e la risurrezione del Signore. Noi giudichiamo che questo è il fondamento della vita perché la fede è un giudizio, è riconoscere che questo è accaduto, che questo sta di fronte a noi oggi come realtà viva e questa sua Presenza nella nostra vita rende la nostra vita reale. Scusate il giro di parole, ma è così: la nostra vita è reale perché c’è Cristo, la nostra vita è reale perché possiamo riconoscere Cristo, la nostra vita sfugge all’inesorabile rapina del nulla. Vi ricordate come don Giussani in uno degli interventi degli ultimi anni ha insistito sullo scontro tra essere e nulla? Grazie a Cristo la vita dell’uomo è sottratta a questa inesorabile rapina del nulla, che scandalizza l’intelligenza quando è usata in modo aperto come dice il Papa. È proprio da questo scandalo che muove a riconoscere che il nulla non può vincere sull’essere che è nata la filosofia, è nato il domandare greco, come ha ricordato Benedetto XVI a Regensburg. È perché il nulla non vincesse che è cominciato il lungo cammino di Dio verso il suo popolo, così come è consegnato nella grande tradizione di quello che il Papa ha chiamato la grande profezia ebraica.

La nostra vita è reale perché riconosce Cristo Risorto. Non c’è nient’altro che questo. Neanche tutti i se e i ma che possiamo aggiungere: «Ma …. sono incline alla depressione …», «ma… ho tanti problemi…», «non ho il lavoro …», «faccio fatica con i figli e con le figlie di una certa età che si inoltrano nell’età adulta…». Prima di questo non c’è niente, amici, prima del riconoscimento della Risurrezione di Cristo non c’è niente. Tutto comincia a esistere perché tutto ha il suo valore per Cristo. L’esperienza dell’uomo, investita dalla certezza di Cristo e dalla luce di Cristo, se è positiva, diventa ancora più positiva e, se è negativa, l’uomo ne trae almeno la forza per sostenerla.

Noi portiamo dignitosamente la vita. Il primo aspetto della Risurrezione è che si porta dignitosamente l’esistenza, con una dignità che sembra essere scomparsa dall’orizzonte dei nostri fratelli uomini. Prima non c’è altro.  Se metti un’altra cosa prima di Dio, prima dell’affermazione della Risurrezione, del riconoscimento della Risurrezione, metti qualche cosa che rischia di avere più valore di Dio. «Io sono il Signore, tuo Dio, (…) non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20, 2-3). La fede è il riconoscimento di una totalità, di un fattore totalizzante e i fattori totalizzanti non possono essere due, ce n’è uno solo: è il riconoscimento che Egli è risorto e che ha piantato nella storia una radice di novità assoluta. «Il punto fatto dalla croce», come diceva Claudel nell’Annuncio a Maria, nel quale si raccordano tutti i movimenti della storia, della persona e dell’intera umanità e del cosmo, sta dentro la storia, piantato come crocifisso e risorto. Da questo riconoscimento ogni frammento della vita umana, come ogni frammento della storia e del cosmo, riceve la sua chiarezza. «L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. E perciò appunto Cristo Redentore – come è stato già detto – rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso. Questa è – se così è lecito esprimersi – la dimensione umana del mistero della Redenzione» (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 10): l’avrò citata mille volte, la cito ancora perché questa frase di Giovanni Paolo Il è definitiva e dice che la sanità psicologica della nostra vita non consiste nel non presentare al primo impatto delle questioni e, laddove si presentino, cercare di risolvere attraverso l’analisi. La nostra vita ha il suo fondamento in Cristo, è tutto e da lì si comincia: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 33). Non devi dimenticare il padre e la madre, il fratello e la sorella, non devi dimenticare nulla, perché Cristo non toglie nulla; però c’è un momento in cui sembra che tu debba rinunciare perché la vita intera, la tua vita, come coscienza, come cuore, come affezione, è occupata da Lui, il Risorto, che sta di fronte a te e si mostra nello stesso chiaro-scuro con cui si è mostrato ai primi. Il chiaro-scuro delle prime visioni del Signore risorto ai suoi è il chiaro-scuro della visione di Cristo nella nostra vita. Nessuno di noi ha raggiunto ancora l’evidenza, stiamo camminando verso l’evidenza, ma, se mettiamo insieme i tasselli della nostra storia cristiana, vediamo che il Signore ha continuato con noi la logica dell’apparire secondo un registro che sembrava perfettamente naturale. Maria Maddalena lo scambiò per il giardiniere: «Ella, pensando che fosse il giardiniere, gli disse: “Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò”». Perché era naturale: era un giardino, poteva esserci un giardiniere. Eppure, nel momento in cui si sente chiamare per nome, il suo cuore si apre, l’orizzonte della sua coscienza si sfonda a dismisura, e vede il Signore.

Quante volte è accaduto nella vostra storia che un avvenimento, che sembrava perfettamente comprensibile nei dati della nostra natura, della nostra storia, dei nostri progetti, dei nostri temperamenti, improvvisamente, guardato nella luce della Risurrezione, è diventato il segno della Risurrezione. Questa è la vita cristiana. Non la vita impeccabile, non la vita dei puri, ma la vita di coloro che testimoniano il Signore come possono, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore.

Fotografia dell'opera di Tiziano Vecellio raffigurante l'ultima cena di Gesù con gli apostoli

Tiziano Vecellio, Ultima cena, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Secondo passaggio. Il battesimo. Questa Resurrezione è per me oggi, non c’è una lontananza obiettiva – cronologica, storica, esistenziale – fra la Risurrezione di Cristo e il mio oggi, perché c’è il battesimo. La Risurrezione si fa evento della mia storia nel battesimo. Nel battesimo il Signore si è insediato in me. L’avvenimento della Risurrezione entra nella vita attraverso un gesto che sembra di una banalità sconcertante, come il Figlio di Dio è entrato nella storia attraverso una banalità che sembrava sconcertante: un bambino che vagiva nella mangiatoia. Il battesimo è il contrappunto storico della nascita di Gesù a Betlemme. L’avvenimento della Risurrezione entra nella mia vita e nella mia storia perché la Chiesa mi ha battezzato e io a questo battesimo ho risposto con la fede. Guardate come è concreta e straordinariamente umana la vicenda! Non è stata neanche la mia fede personale che mi ha legato alla Risurrezione di Cristo, ma la fede dei miei genitori e della comunità. Solo in un secondo momento sono chiamato a prenderne coscienza. La Risurrezione investe la storia attraverso un gesto povero e apparentemente banale: l’acqua e la Parola. Ma l’acqua e la Parola ci fanno entrare dentro questa energia che ci tira su, che ci afferra per realizzarci, afferrandoci per innalzarci con Lui nella gloria.

Non possiamo pensare che la Risurrezione sia un fatto della nostra vita quotidiana, un orizzonte nuovo nel modo di conoscere sé stessi, nel modo di guardare le cose, non possiamo pensare che la Risurrezione sia viva, se non ha la concretezza del nostro essere stati battezzati e del nostro partecipare per la fede a questo battesimo che ha aperto la nostra vita all’appartenenza alla Chiesa. La Risurrezione di Cristo è la struttura dell’essere, della persona e del mondo, del cosmo e della storia. Perciò prima non può esserci nient’altro, tutto il resto viene dopo e tutto il resto riceve da questo prima la sua chiarezza, la sua verità, il suo senso, la sua vivibilità, la sua bellezza e la sua dignità, come ha detto Benedetto XVI a Verona.

Guai a noi se nell’approccio alla vita di ogni giorno invece pensiamo e puntiamo ad altro. Se si pensa e si punta a una situazione, per esempio, di grandezza morale, di benessere, di assenza di problemi, allora il “dio” della vita risulta identificato esattamente con queste condizioni. La Samaritana, che aveva una determinata situazione, ha incontrato Dio. La grandezza della Samaritana è emersa nel dialogo impegnativo con Cristo, nonostante avesse continuato a difendersi dalla incombenza di quella presenza strana, quando Cristo le ha detto: «Sono io, che ti parlo» (Gv 4, 26). Questo ha travolto tutte le pre-condizioni e la sua era la più misera delle pre-condizioni: il male che era diventato cinismo perché quella donna era certamente diventata cinica. Discuteva di teologia, ma in modo cinico, come tanti teologi di oggi.

È il battesimo che rende la tua storia parte della Risurrezione. E il battesimo è un intreccio di grazia e di libertà, perché la Risurrezione si dà nel battesimo, nella povertà dell’acqua e della Parola della Chiesa. Ma è inizio di vita nuova perché c’è la fede che ha chiesto il battesimo, che fa del Battesimo un impegno quotidiano, un impegno di educazione; è la fede dei genitori, la fede dei padrini, è la fede della comunità. E questa fede consente al battesimo di diventare seme di vita nuova perché dà origine a un cammino educativo.

Allora la questione è riconoscere che il battesimo (e la fede con cui si risponde al battesimo, meglio con cui si chiede il battesimo e con cui si educa nel battesimo), ci fa formare con Cristo una sola cosa, un unico soggetto. Il battesimo e la fede sono la vita del popolo cristiano e per questo nell’appartenenza concreta e quotidiana alla comunità ecclesiale noi siamo una cosa sola con Lui, ciascuno di noi è una cosa sola con Lui. Siamo una cosa sola gli uni con gli altri e lo incontriamo permanentemente nella nostra vita quotidiana.

È questa possibilità reale di fare esperienza della Chiesa che dice tutta la grandezza del Movimento. Il Movimento, nel carisma di Giussani, è la modalità assolutamente misteriosa – alla quale non eravamo preparati, che magari non desideravamo – di prendere coscienza del nostro battesimo, dell’appartenenza alla Chiesa e di vivere la nostra appartenenza alla Chiesa con tutta l’intelligenza e l’affezione di cui siamo capaci. Noi siamo i testimoni della Risurrezione di Cristo, per queste tre fondamentali ragioni che si richiamano vicendevolmente, che costituiscono (per dirla con l’espressione del più grande teologo del XX secolo Von Balthasar) una costellazione: la Risurrezione di Gesù di Nazaret, il Battesimo, la fede e la vita ecclesiale. È in questa costellazione che viviamo, è per questa costellazione che la nostra vita non appartiene più al nulla, non va più verso il nulla, non è più interamente occupata dai nostri sentimenti e dai nostri risentimenti, dal nostro bene e dal nostro male.

Anzi, quanto più si vive la vita lontani dalla Risurrezione, come è accaduto alla società in cui viviamo negli ultimi secoli, si perde – ed è assolutamente evidente – la capacità di avere un criterio per stabilire ciò che è bene e ciò che è male. Questa è la sostanza della nostra esperienza umana e cristiana: la passione del Figlio ci ha redenti. Sospendi ogni giudizio su di te e sul mondo e guarda il Signore Gesù Cristo che entra oggi come duemila anni fa nella vita di Pietro, di Paolo, di Andrea, di Giacomo, nella tua vita e ti prende su con sé e ti fa partecipare a questa grande mutazione genetica per la quale l’uomo non è più un individuo, una specie che nasce dal nulla e finisce nel nulla, ma un figlio di Dio che per Cristo risorto e in Cristo risorto può rivolgersi a Dio chiamandolo Padre. «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome…”» (Lc 11, 2).

Questa è la struttura nuova del nostro presente e sarà la struttura definitiva dell’eterno nella misura in cui è la struttura del nostro quotidiano. Il centuplo quaggiù e la vita eterna: questa è la cosa che ci ha fatto innamorare di Cristo. Don Giussani ci ha travolto umanamente perché ci ha fatto sentire il turgore umano della fede che gonfia la vita come l’energia di un giovane gonfia i muscoli, come il cuore di un giovane si dilata al primo sentimento d’amore verso la propria donna. Questa è la struttura della personalità e il senso della storia.

La Risurrezione è già tutta dentro nel bambino Gesù che vagisce, così la novità della nostra vita, che sfolgorerà alla destra del Padre, se ci arriveremo, è già tutta nel nostro battesimo. La fede comincia, come la vita di Cristo, dall’essere bambino. La nostra fede è una fede che soltanto perché inizia da bambino può diventare adulta. Diceva sant’Agostino che non si riesce a vedere la fede perché non abbiamo la bilancia per misurarla. La fede è una cosa che all’inizio ti sembra niente, ti sembra povera, inefficace. Quando si costruisce una casa, si scavano le fondamenta e si buttano dentro pietre che non sono neanche squadrate; chiunque vedesse ciò potrebbe pensare che sia qualcosa di poco valore. Tuttavia, mesi dopo vedrebbe che hanno costruito la casa, ma la casa l’hanno costruita perché c’è stata la povertà di quelle pietre che sembravano buttate là alla rinfusa e che invece sono state il fondamento della costruzione. La fede comincia come un granello di senape, ma la fede, che è un granello di senape, è l’impatto del battesimo che la Chiesa ti dà perché tu lo hai chiesto e, soprattutto, perché coloro che lo hanno chiesto, per te e con te, lavorano con te sul tuo battesimo. Questa è la famiglia e questa è la comunità: luoghi di lavoro su Cristo, di lavoro per la fede, scuole di comunione. Per questo Giovanni Paolo Il chiedeva che le famiglie e le comunità ecclesiali diventassero autentiche scuole di comunione. Le scuole sono il luogo dove sì fa esperienza dei valori, se i valori non ci sono, la scuola non può diventare luogo di educazione.

Fotografia raffigurante una processione della via crucis del Venerdì Santo, con un gruppo di Gioventù Studentesca guidato da don Luigi Negri

Venerdì Santo, Via Crucis di Gioventù Studentesca guidata da don Luigi Negri, San Leo

Terzo passaggio. La Chiesa. Tutto questo accade in un luogo: esiste la Risurrezione di Cristo perché esiste la Chiesa. La Risurrezione di Cristo sarebbe ingurgitata inesorabilmente nel passato e resterebbe lì come evento del passato che perderebbe, di tempo in tempo, i suoi connotati, come è accaduto nella storia del cristianesimo occidentale e protestante, come è accaduto nella storia del pensiero laicista. La Risurrezione è diventata un evento così del passato che al massimo è un ricordo filologico, la Parola di Dio da studiare, oppure un avvenimento del passato che quanto più ci si allontana dal passato si pensa, soprattutto se si è intelligenti, di avere il diritto di problematizzarlo, sostituendo l’esistenza della Risurrezione di Cristo con le cose più strampalate e storicamente meno credibili.

La Risurrezione di Cristo è oggi perché c’è la Chiesa oggi: quindi è nell’avvenimento della Chiesa che siamo una cosa sola con Lui e siamo una cosa sola fra di noi; solo in questo modo il nostro occhio guarda in un modo limpido l’esistenza, la guarda in modo reale. La cosa più bella che possa accadere a un uomo è di vivere intensamente la realtà senza fuggire da essa, senza manipolarla perché sia più comoda, senza violentarla perché sia espressione del proprio potere: la realtà così com’è. La fede di Cristo rende la realtà vera.

Quello che volevo invece solo accennare sono i termini del cammino che questi tre punti implicano. Innanzitutto la memoria che riconsegna ogni giorno la vita alla presenza di Cristo, come ho detto nel richiamo che ho fatto alla preghiera.

In secondo luogo, la moralità, il desiderio che questa fede interferisca nella vita sempre più positivamente. Quindi, è un riconoscimento continuo della sua Presenza che nettamente e inesorabilmente interviene nella vita e la manipola secondo l’energia dello Spirito e non secondo i nostri limiti. Il peccato è rimanere impenetrabili a Cristo, non sbagliare mille volte. Il cinismo comincia nell’impenetrabilità, non comincia nell’esperienza del male; incomincia nell’esperienza del male considerata come impossibile a superarsi. Questo è il cinismo.

Memoria e moralità aprono la vita cristiana a quella intensità – cioè profondità di conoscenza, energia di cuore – che si chiama, giova ricordarlo, cattolicesimo. Il cattolicesimo è l’esperienza di una pienezza di una vita particolare, quella di me che vivo, mangio, muoio e risorgo anch’io. È una esperienza particolare che nella particolarità ha un’apertura universale. È perché questa particolarità, la particolarità della mia vita di tutti i giorni, ha un valore universale che non posso che annunziarla a tutti attraverso quello che sono: la novità di Cristo morto e risorto. Testimoni del Risorto nel mondo, come diceva il sottotitolo del Convegno ecclesiale di Verona.

Concludo con due appunti finali.

Primo. Inaspettatamente c’è qualcosa che non quadra. Questa pienezza della Risurrezione, che è la dimensione del presente e del futuro, che è l’energia della vita quotidiana, che è quella grandiosa dilatazione dell’intelligenza e del cuore di cui tutti noi che siamo qua abbiamo fatto esperienza, ci ha fatto sentire più vivi. Più vivi degli altri è un giudizio storico, ontologico; migliori degli altri è falso, perché solo Dio vede le profondità del cuore, solo Dio sa dove sta il dramma segreto di ogni cuore e non tocca a noi portar via il lavoro a Lui. Ma sentirsi più vivi, giudicarsi più vivi di tutti quelli che non hanno ancora implicato la loro vita nella fede è un dato inesorabile di onestà intellettuale e di onestà morale. Da questa certezza nasce quella inesorabile volontà di comunicare Cristo per cui la Chiesa non è stata ferma un solo istante, nonostante i limiti dei suoi figli. Risentiamola – e mi par di averla citata qui nel ritiro di Avvento – la straordinaria espressione che Benedetto XVI ha usato: «La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano. Così è avvenuto anche in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche» (Benedetto XVI, 19 ottobre 2006, Verona). Questa energia missionaria è stato il senso di ogni momento della storia della Chiesa. La storia della Chiesa è una storia di missione, limpida e grande se i cristiani sono autenticamente cristiani; segnata dolorosamente dai limiti e dalle difficoltà che ogni generazione ha.

Allora che cosa accade, cioè che cosa si profila dentro questa certezza inesorabile che sembrerebbe – come diceva Eliot – farci procedere di luce in luce verso la luce del Verbo, farci procedere di chiarezza in chiarezza, di energia in energia, di forza in forza? Che cos’è l’imponderabile? In questo dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo, in questa preghiera insistente che è la memoria di Lui, in questa appartenenza quotidiana al suo popolo che è la Chiesa, c’è da parte mia un deficit, una fatica, una tentazione, un distacco, una sostituzione.

Ricordate – le bellissime espressioni che sono usate nel Senso Religioso quando don Giussani indicava gli atteggiamenti contradditori con il senso religioso: negazione, sostituzione, idolatria… Non finisce la tentazione della negazione. La Quaresima si incarica di far vivere positivamente questa dialettica per cui siamo già redenti, ma siamo ancora gravati dal peso delle colpe: questa è la dialettica della vita. Pensare ad una vita senza Risurrezione è blasfemo irrealismo, ma pensare alla Risurrezione senza il peso di colpe che si rinnovano, cioè di tentazioni che si ripresentano ogni giorno nell’ambito della coscienza del cuore, sarebbe altrettanto irrealismo.

La Chiesa corregge, redime, educa, aiuta a vivere positivamente quella che sembrerebbe una opposizione radicale. Riprendendo una grande intuizione etica e spirituale di don Giussani, aiuta a vivere come condizione della vita umana quello che invece noi vivremmo come opposizione. Aiuta a vivere il limite.

Il limite è vinto, ma come? La Chiesa è come se ci dicesse: guardate Cristo, guardate come ha vissuto Cristo questo misterioso momento della sua vita personale. Su di esso è pensata la Quaresima nella quale la Chiesa tende a far diventare proprio il modo di vivere di Cristo nei suoi quaranta giorni di silenzio davanti al Padre, per il Padre, nei quali la tentazione lo ha sfidato proprio alla fine. Questo è il paradosso del male: ha lambito la stessa vita del Signore non nascendo dall’interno come per noi, ma venendo dall’esterno; il demonio gli è andato incontro. Però ha vinto la Risurrezione, la sua missione di redentore del mondo verso la quale andava e che era andata certamente maturando come coscienza in quei quaranta giorni e quaranta notti in cui era stato solo con il Padre, in cui aveva avuto come preoccupazione solo affermare il suo rapporto con il Padre. La presenza del Padre è stata totalizzante nella sua vita al punto da non mangiare e non bere.

Dunque la prima modalità di questa educazione è far vivere il senso del male nella certezza della Risurrezione: questa è la preoccupazione della Quaresima. Ma la preoccupazione della Quaresima è una preoccupazione che vale per la totalità della vita, perché in ogni momento della vita c’è l’impatto fra la Redenzione, che è già avvenuta e nella quale siamo saldamente impiantati per il battesimo, per la nostra fede, per la nostra appartenenza alla Chiesa, e il male che facciamo.

La prima fortissima sollecitazione della Quaresima è la totalità dell’affezione a Cristo e la preghiera è preghiera come amore. La Quaresima non punta sulle conseguenze etiche, punta sul riconoscimento totale della fede. Perché la fede sia tutto, bisogna che la fede sia coinvolgimento totale della vita. Pensate a qualche anno fa come intuivamo queste cose che adesso ci sono più care: coinvolgimento totale in Cristo perché Egli è presente ogni giorno nella nostra vita e ogni giorno ci offre con verginità la possibilità del cammino; se fosse possibile, con un’espressione pleonastica, si potrebbe dire una novità sempre nuova.

È la memoria, ovvero la certezza che Egli è più forte di noi in quel punto lì in cui sembra che noi lo mettiamo in disparte, che rende la vita sempre nuova, non la certezza di non sbagliare. Cristo è presente nella nostra vita e apre di fronte a noi una novità di vita sempre nuova, non frenata da quello che noi siamo, così che il nostro coinvolgimento con Lui è possibile solo perché affermiamo Lui, perché affermiamo questa presenza che è tutto nella nostra vita: unica presenza che ci comunica la salvezza. Dobbiamo vivere come Cristo ha vissuto nei quaranta giorni: come il Padre è stato tutto per Cristo, Cristo deve essere tutto per noi e questo è un giudizio pieno di affezione.

 Vi ricordate quando anni fa don Giussani lanciò per la prima volta nel suo insegnamento la parola giudizio di valore? La fede è giudizio di valore sulla vita, cioè è il riconoscimento di quel fatto che dà valore alla vita.

Qui si deve effettivamente tornare, perché la tentazione è quella di andar da un’altra parte, cercare altro, desiderare altro, sentirsi padroni di altro o sentirsi sgomenti per altro. La conversione come conversione continua: «Ripetimi quella parola che un giorno hai detto a me e che mi liberò». Questa frase di Claudio Chieffo è l’anima di ogni preghiera. Ho eletto alle suore di clausura, l’altro giorno, che auguravo loro in questa loro regolarità che mi riempie di stupore e di venerazione, che ogni momento, in questa regola così decisa e rigida, avesse però dentro al cuore il grido di Claudio Chieffo: «Ripetimi quella parola che un giorno hai detto a me e che mi liberò». La preghiera non è la parola mia che sale a Dio, è la Parola di Dio che scende a me.

Secondo. Ma dov’è la radice del male? La radice del male è emblematizzata in maniera definitiva nel Vangelo della prima domenica di Quaresima: le tentazioni del Signore Gesù. Qual è la tentazione alla quale il Signore si è lasciato sottoporre? Dice sant’Ambrogio: «Ha accettato le tentazioni per significare che Egli era più forte di colui che lo tentava». Perciò la tentazione del Signore è la prima grande manifestazione nella quale emerge che Egli è più forte del demonio e lo caccia via. Ma è una chiarezza anche per il demonio, perché il demonio ha capito che era il Figlio di Dio e se ne va per tornare a suo tempo – dice il Vangelo di Luca – con quel finale misterioso: «il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato» (Mt 4, 13), al tempo in cui la tentazione sarebbe diventata passione e morte per il Signore.

Il Signore ha sentito la vera e grande tentazione che l’uomo ha, la vera grande tentazione dell’uomo che si riproduce in tutte le tentazioni fino all’ultima stringente che chiede a Gesù di adorare il demonio. La tentazione è quella di una cultura diversa: la cultura che ha al centro l’uomo, il suo potere, il suo potere politico, il suo potere culturale, il suo potere filosofico, il suo potere manipolativo. Il Signore ha visto arrivare la sferza di questa tentazione di una umanità senza Dio, di una umanità che si pensa, si concepisce e si muove, come se Dio non esistesse; il laicismo che ci domina ancora e intride la nostra coscienza e il nostro cuore attraverso l’orrore dell’impero mass-mediatico.

La Chiesa dice: «rispondete alla tentazione che è in voi e rispondete alla tentazione che c’è nel mondo, rispondete alla tentazione che anima il cuore e la ragione di tanti fratelli che si dicono tali perché hanno il battesimo, ma una mente totalmente diversa dalla fede, rispondete come ha risposto il Signore, affermando «sta scritto». La logica è un’altra, la cultura è un’altra, il reale è altro. Il reale ci è dato; è la potenza di Cristo che intaglia la storia che ci è data ed è qui e ora. Perciò, amici, è grazie a quella conversione dell’intelligenza e del cuore che il peccato diventa misteriosamente possibilità di cammino, come diceva Giovanni Paolo II. Il peccato diventa cammino per chi impara una logica diversa sulla sua vita e la impara da chi questa logica diversa la proclama. Questa logica è la Parola di Dio proclamata dalla Chiesa e ultimamente proclamata da coloro che guidano la Chiesa in unione alla guida ultima e suprema che è quella del Vescovo di Roma. Perciò, la conversione della intelligenza vuol dire imparare a ragionare secondo la fede nella sequela del Magistero, innanzitutto il Magistero Pontificio, che guida la Chiesa. Tutto il resto, anche la santità con l’aureola non è un’alternativa all’obbedienza; se fosse un’alternativa all’obbedienza sarebbe il demonio.

Perciò questo essere totalmente di Cristo è ritmato nella memoria, nella preghiera. Pensate al valore che don Giussani ha attribuito nel corso della sua storia e del cammino con noi alle Ore della giornata, al libretto delle Ore, che ha voluto bello come testi, bello come scansioni nei giorni della settimana; pensate al valore delle giaculatorie che ha recuperato. Il Veni sancte Spiritus che aveva commosso il vecchio Cardinale di Vienna quando sentì i nostri che partecipavano a un pellegrinaggio in Austria ripeterlo alla fine dell’Angelus, alla fine del pellegrinaggio: veni Sancte Spiritus, veni per Mariam. Pensate all’uso del Rosario che così lodevolmente si è diffuso nella vita di tanti e nelle famiglie.

La memoria sarà anche un sentimento, sarà anche una vibrazione inedita del cuore e della vita verso il Signore Gesù Cristo come per tanti mistici è stato, ma innanzitutto la memoria è una obbedienza che sembra qualche volta essere una follia, quella follia di cui parla l’abate al Miguel Mañara: «L’amore e la precipitazione non vanno d’accordo, Mañara. È dalla pazienza che si misura l’amore. Un passo uguale e sicuro: è questa l’andatura dell’amore … Ti guarderai bene dunque dall’inventar preghiere. Canterai umilmente con il libro dei poveri di spirito. E aspetterai. Dall’ultima scintilla notturna della tua demenza scaturirà la prima aurora!».

Questa è la memoria; le pratiche di pietà sono un’altra cosa. La memoria è obbedienza che rende possibile la conversione dell’intelligenza seguendo la mens che ti guida. Il vero digiuno, la vera penitenza si chiama carità come condivisione della vita. La nostra obbedienza ci guidi ogni giorno a fare realmente memoria di Lui, a vivere quella espropriazione dei nostri criteri per assumere il criterio della fede, così come solo la Chiesa può darcelo. Questo è il cammino quaresimale: preparare nello spazio e nel tempo la vittoria sul male, cioè consentire a Cristo di vincere il nostro male ogni giorno. La conversione del cuore (memoria), la conversione dell’intelligenza (obbedienza e carità) sono i precetti quaresimali che si dovrebbero vivere tutti i giorni, perché tutti i giorni della vita sono quaresima. In tutti i giorni della vita viviamo questa straordinaria dialettica: siamo già redenti e pecchiamo ancora.

La questione di oggi è che siamo redenti e pecchiamo ancora e, quindi, il problema è consentire a Cristo che vinca il nostro male ogni giorno. Cristo vince il nostro male ogni giorno, se noi ne imitiamo la vita: tutto per il Padre. Cristo vive una mentalità nuova e sbugiarda il demonio frapponendo alla falsa mentalità del signore di questo mondo la verità: la verità è che Dio ci ha già salvato. Questa è la verità, da questo deriva tutto, anche l’opposizione che dobbiamo fare.

Mentre stavo parlando con il Santo Padre, durante l’ultima visita, ad un certo punto mi è scappato di dirgli: «Santità perché sia possibile alla Chiesa italiana questo grande impegno che Lei ci ha dato, di guidare la Chiesa cercando di vincere la nostra battaglia con il laicismo, occorre che si eviti quello che una volta Lei disse alla Conferenza Episcopale Italiana: ‘‘Io vi sento uniti a me affettivamente, ma non effettivamente”. Santità, perché possiamo vivere quello che Lei ci chiede dobbiamo essere uniti alla sua mens, dobbiamo cambiare l’intelligenza e il cuore – noi, i vescovi, le suore… Quello che Lei dice, non dobbiamo necessariamente ripeterlo, ma riviverlo perché altrimenti vuol dire che il Magistero che guida le nostre chiese non è il suo, ma quello dei singoli vescovi, e allora siamo finiti».

Ma quello che può accadere alla Chiesa, ovvero che non si converta alla mens di Dio, può accadere a ciascuno di noi. Non illudetevi: non seguite realmente, se vi limitate a ripetere quel che sentite dire, ma se cambiate, a partire da quello che vivete, il modo di giudicare la vostra vita, le vostre cose. Non ripetere, ma rivivere.