San Giuseppe, custode del Redentore e patrono della Chiesa

Fotografia del dipinto di Georges de La Tour, Saint Joseph Charpentier (raffigurante San Giuseppe al lavoro con Gesù Bambino)

Pubblichiamo ampi stralci di un intervento di mons. Luigi Negri sulla figura di San Giuseppe, tenuto il 29 Marzo 2008, presso la parrocchia di San Giuseppe di Muggiò (MB).


San Giuseppe è patrono della Chiesa, non è patrono della Chiesa del 1600, è patrono della Chiesa oggi. Formalmente è stato definito «patrono speciale della Chiesa» da Leone XIII (Lett. Enc. Quamquam pluries), uno dei più grandi papi, che ha considerato e aiutato a ad approfondire il mistero della profondità di san Giuseppe, sia nel senso della custodia della vita del Signore, sia nel senso della custodia della vita del Signore oggi, in perfetta analogia con la posizione di Maria.

Maria è Madre di Cristo, Madre di Dio e non soltanto Madre dell’uomo Gesù di Nazaret, non soltanto della parte umana del mistero di Cristo, ma dell’interno mistero di Cristo. E siccome nel seno della vergine Maria, alla seconda persona della santissima Trinità, al Verbo di Dio è stata data carne mortale, è diventato uomo, allora in modo del tutto congruo la Chiesa dice dall’antico Concilio di Efeso del 431 che la Madonna è Madre di Dio.

In perfetta analogia a questa posizione di Maria, Maria da Madre di Cristo diviene Madre della Chiesa, secondo una scansione che è dettata dalla fede. (…)

Analogicamente per Giuseppe: la presenza di Giuseppe e di Maria radicalmente accanto al Signore ricordano a tutti noi che l’avvenimento dell’incarnazione, la missione del Signore, la sua passione, morte e risurrezione – che sono un avvenimento storico e carnale, cioè sono la vita di un uomo – sono potuti accadere per il concorso determinante dei santi Maria e Giuseppe.

L’intervento della Madonna, che accetta questa strana, inconcepibile maternità, una maternità senza concorso umano, senza concorso d’uomo, dimostra che Gesù doveva nascere come un uomo sulla terra e un uomo sulla terra nasce perché è generato da una donna. Perciò la generazione del Figlio di Dio da parte di Maria santissima, secondo una procedura diversa da quella naturale – parto senza concorso d’uomo, nascita verginale – dice che comunque la presenza di Maria di Nazaret è essenziale. Senza Maria di Nazaret l’avvenimento dell’incarnazione sarebbe un avvenimento non concretamente incontrabile, non visibile, non documentato dalla storia. (…)

Gesù di Nazaret è un avvenimento storico perfettamente riconoscibile secondo i parametri della coscienza storica normale che fanno perno sulla presenza della Madre. Ma questa realtà storica – dice il catechismo –, questo Gesù di cui si conosce la Madre, di cui si conosce il padre, nato a Betlemme, morto a Gerusalemme, è l’unigenito Figlio di Dio venuto nella carne. Quindi non c’è nessuna differenza, non c’è nessuna separazione – dice il Concilio di Calcedonia – tra Gesù Figlio di Dio e Gesù Figlio dell’uomo.

Allora doveva esserci una madre, altrimenti la presenza dell’umanità di Cristo, o meglio la presenza di Cristo, Figlio di Dio nella carne, non avrebbe avuto la possibilità storica di compiersi, di realizzarsi.

In modo analogo è necessario l’uomo accanto alla Madre del Signore: questa è la lettura che Giovanni Paolo II ha fatto, in profondità, nella Redemptoris Custos, rileggendo il dato tradizionale.

Innanzitutto Giuseppe ha difeso il suo matrimonio, ha difeso il suo matrimonio legale, ha difeso il suo matrimonio rituale, quello che lo legava a Maria, già sua sposa, e lo ha difeso con un gesto di pura e totale corrispondenza, di pura e totale obbedienza alla volontà di Dio.

«Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (Mt 1, 19), cosa che Mosè consentiva proprio per evitare lo scandalo sociale, scandalo in un paese di 200 abitanti o poco più: al marito legale, quello che ormai era riconosciuto come marito di questa donna, veniva consentito di rimandarla in segreto perché la cosa non desse luogo a quella vergogna alla quale di fatto esponeva la donna pubblicamente respinta.

A quest’uomo si fa presente l’annunzio di Dio, la presenza di Dio in termini che sono perfettamente analoghi a quelli con cui Dio si è reso presente a Maria, lo ha sfidato sulla fede: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. «Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1, 21).

Perfetta analogia con l’annuncio a Maria di Nazaret: è necessario che tu sia marito di questa donna perché soltanto se sei marito di questa donna, questo matrimonio è reale e si costituisce come ambito in cui questa vita nuova, che non dipende da te perché dipende dallo Spirito di Dio, può impiantarsi sulla terra e diventare un fatto perfettamente storico di fronte a Dio, di fronte alla società del tempo e, quindi, della storia.

Svegliatosi dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo e prese con sé Maria sua sposa. Il gesto della fede incondizionato riconosce l’insegnamento che gli è stato dato, la proposta che gli è fatta, una proposta provocante al limite del buon senso, al limite della legalità, al limite della concezione comune, perché comunque era chiaro che non era suo figlio nel senso carnale. Eppure egli difende il suo matrimonio perché Dio gli chiede di difenderlo, perché se non ci fosse stato questo matrimonio l’incarnazione sarebbe stata gravemente alterata nella sua possibilità di essere riconosciuta come un evento storico. Perché ci sia un uomo sulla terra sono necessarie una donna e una famiglia.

Giuseppe ha costituito, insieme a Maria, la famiglia del Signore: è questo il gesto fondamentale, il gesto radicale, il punto a cui sono legate la grandezza, la dignità e la santità di Giuseppe, non la comprensione, non la capacità di comprendere analiticamente, ma la fede.

Se volete, a differenza di Maria, quel discreto riserbo con cui non viene più fatto nessun discorso nei Vangeli – poiché Giuseppe tace, non dice più nulla – dopo l’obbedienza provocata da questo annunzio nel sonno, rivela che Giuseppe diventa una cosa sola con quello che gli viene chiesto.

Così – ecco il secondo passaggio che Giovanni Paolo II formula con estrema chiarezza e con molta concretezza – egli diventa depositario del mistero di Dio. Perché assumersi la responsabilità di essere, di fronte alla società del suo tempo, padre di questo figlio, che carnalmente non è suo, lo fa diventare – dice il Papa – singolare depositario del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, come lo divenne Maria in quel momento decisivo che dall’Apostolo è stato chiamato «la pienezza dei tempi» (Gal 4, 4). Giuseppe, insieme con Maria, è il primo depositario di questo mistero di Dio.

Se l’incarnazione è la presenza di Dio nella storia, la presenza di Dio, uomo nella storia, è segnata dalla possibilità che questo uomo possa avere una madre carnale sulla terra e uno spazio parentale, non esiste uomo senza madre, non esiste uomo senza famiglia.

Maria e Giuseppe hanno assicurato questa famiglia, nella fede che stringe così strettamente, tanto che i due eventi, quello dell’annunciazione e questo sogno di Giuseppe, si possono leggere come largamente simili. La fede è intesa come accoglienza integrale di un avvenimento che non si possiede, ma dal quale si accetta di essere posseduti. La Madre è anche la figlia del Verbo che genera – quem genuit adoravit (ha adorato colui che ha generato) dice la Liturgia del Natale – e Giuseppe ha certamente custodito con molta devozione e incondizionata adesione il mistero di questo figlio che, se non era suo nella carne, era suo nello spazio di questa parentalità determinata dalla convivenza esplicita e pubblica del carpentiere Giuseppe e di sua moglie Maria, in modo tale che nessuno potesse dire che non erano la famiglia di Gesù. (…)

Allora è stato così analogo l’annuncio, è stata così analoga la chiamata, è stato così analogo poi l’esito, che Giuseppe e Maria sono diventati i protagonisti dell’incarnazione tanto che, quando la Chiesa nasce e si diffonde anche in contesti totalmente diversi da quelli nei quali sono vissuti nella loro vita Giuseppe e Maria, non si è esitato a ricordarli come i primi protagonisti dell’incarnazione.

Nel canone romano, che segna la coscienza più antica della Chiesa, Maria e Giuseppe vengono ricordati come protagonisti di questo evento dell’incarnazione, protagonisti la cui assenza l’avrebbe resa estremamente difficile, se non impossibile. Dio avrebbe dovuto battere altre strade e forse strade non perfettamente comprensibili dalla coscienza e dal cuore dell’uomo.

Dice il Papa: «La via propria di Giuseppe, la sua peregrinazione della fede si concluderà prima, cioè prima che Maria sosti ai piedi della Croce sul Golgota e prima che ella – ritornato Cristo al Padre – si ritrovi nel Cenacolo della Pentecoste nel giorno della manifestazione al mondo della Chiesa, nata nella potenza dello Spirito di verità. Tuttavia, la via della fede di Giuseppe segue la stessa direzione, rimane totalmente determinata dallo stesso mistero, del quale egli insieme con Maria era divenuto il primo depositario. L’Incarnazione e la Redenzione costituiscono un’unità organica ed indissolubile, in cui l'”economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro” (Dei Verbum, 2). Proprio per questa unità papa Giovanni XXIII, che nutriva una grande devozione per san Giuseppe, stabilì che nel canone romano della Messa, memoriale perpetuo della Redenzione, fosse inserito il suo nome accanto a quello di Maria, e prima degli apostoli, dei Sommi Pontefici e dei martiri» (Giovanni Paolo II, Es. Ap. Redemptoris Custos, 6)

Questo è il dato di partenza: la Chiesa professa, riconosce e annunzia, che senza Maria e Giuseppe l’avvenimento dell’Incarnazione e della Redenzione sarebbe totalmente mutilato, così mutilato da essere diverso dal mistero nascosto da secoli nel cuore di Dio e diventato storia nella pienezza dei tempi. (…)

La presenza della Madonna e quella di Giuseppe definiscono la natura propria dell’incarnazione: senza di loro l’incarnazione è come se non avesse possibilità di attuarsi.

Ci ha insegnato la tradizione – e ce lo sta riproponendo Papa Benedetto XVI con molta forza – che per un’ideologia religiosa non c’è bisogno del padre e della madre del Redentore. Per una serie di valori religiosi e morali potrebbe bastare soltanto un maestro morale, per una serie di ritualità più o meno meccaniche basterebbe un certo insegnamento di carattere rituale, ma per dire che il Verbo di Dio si è fatto carne e abita in mezzo a noi pienamente occorreva una madre e una parentalità, una madre e un contesto familiare.

In questo senso – ed è il secondo passaggio – qual è il servizio specifico di Giuseppe? Cosa ha voluto dire per lui diventare il secondo dei primi due depositari del mistero della redenzione, prima di Pietro? Pietro ha un’altra funzione nella Chiesa; come ha detto benissimo Innocenzo III, che non era un grande teologo ma su questo punto ha proprio colto bene, la Madonna può pregare per i peccatori, ma non può assolvere nessun peccato, ha amato il Signore nella carne, ma non può trasformare il pane e il vino nel corpo e nel sangue del Signore. Pietro è colui che ha permesso la continuità della Chiesa, ma egli non è stato il primo depositario del mistero dell’incarnazione e della redenzione; i primi depositari sono stati un uomo e una donna che non avevano studiato teologia e che non avevano nessun ruolo, ma il ruolo non serve per generare il mistero, serve per custodirlo e serve per comunicarlo di generazione in generazione. Cristo morto e risorto si comunica non attraverso i sentimenti che noi abbiamo di Lui, non perché rileggiamo la sua parola scritta, ma perché celebriamo l’Eucarestia e celebriamo l’Eucarestia non perché ci sono la Madonna e san Giuseppe. Si celebra l’Eucarestia perché c’è l’ordine sacro, ma agli inizi il mistero dell’incarnazione e della redenzione non è stato affidato al Papa e ai Vescovi, bensì a Maria e a Giuseppe.

Allora la modalità e il servizio di san Giuseppe – dice il Papa – sono stati la sua paternità. Quindi i Vangeli, cercando di cogliere al di là della loro inesorabile implicitezza, si soffermano più sulla presenza di Maria e sul suo dialogo con Gesù; non c’è mai un dialogo diretto fra Giuseppe e il Signore, ma è indubbio che il dialogo, del quale non si fa menzione, è radicato – non dico sostituito – e conformato da quella che è la paternità.

Protezione paterna a Gesù: Giuseppe ha assicurato a Gesù una protezione patema che passa attraverso il matrimonio con Maria e cioè attraverso la famiglia. (…)

E anche per la Chiesa – dice il Papa –, se è importante professare il concepimento verginale di Gesù, non è meno importante il disegno del matrimonio di Maria e di Giuseppe, perché giuridicamente è da esso che dipende la paternità di Giuseppe. Questa paternità di Giuseppe costituisce il nesso, il collegamento tra Gesù di Nazaret e la tradizione del popolo di Israele, perché è attraverso la filiazione oggettiva da Giuseppe che il Verbo di Dio si radica nella promessa di Israele e si radica dentro la discendenza di Davide. (…) Gesù appartiene alla famiglia dei re di Israele nati da Davide, con tutta la radicazione che la casta regale in Israele aveva con la tradizione profetica e sacerdotale, attraverso Giuseppe, discendente di Davide. Senza Giuseppe, al Figlio di Dio sarebbe mancato il nesso, l’aggancio con la storia della salvezza di Israele, quindi con il punto più alto della storia religiosa dell’umanità.

La protezione paterna – il Papa è bravissimo secondo me nell’evocarlo – è un compito che, come quello fatto dai padri seri che non perdono tanto tempo a parlare o a tentare di rendere i rapporti oggettivi dei rapporti psicologici, si caratterizza per un rapporto con le cose. Dice il Papa che Giuseppe ha insegnato al Signore a lavorare e non c’è niente di più grande del servizio di un uomo, come padre, che insegnare a un altro uomo a lavorare, a fare un mestiere: il lavoro è il nesso vincente fra l’uomo e la storia. Un uomo è un uomo e interviene positivamente nella realtà perché ha un lavoro e il lavoro – diceva Giovanni Paolo II nella Laborem exercens – è la capacità che l’uomo ha di investire della sua cultura la realtà. Il Papa disse che la vera differenza tra l’uomo e l’animale non è astrattamente l’intelligenza, ma la capacità lavorativa. Allora è stata una paternità che ha accompagnato Maria – dice il Papa – nei momenti fondamentali: la nascita a Betlemme, la circoncisione che veniva richiesta dal padre, l’imposizione del nome, che spettava non alla madre ma al padre, la presentazione di Gesù al tempio… E poi la paternità nella fuga in Egitto: la costante preoccupazione di quest’uomo che, nato in un piccolo paese, comincia a muoversi verso il grande Egitto. Ecco la capacità di quest’uomo di muoversi prestando attenzione alle indicazioni che il Signore gli manda, di tornare ma non di stabilirsi dove forse lui avrebbe voluto, bensì in un altro luogo che non conosceva, affinché si adempisse una profezia. Questa presenza di un uomo di fronte a sua moglie e a suo figlio era carica di profezie che egli stesso probabilmente non riusciva a comprendere fino in fondo, non riusciva a collegare adeguatamente, ma di certo sapeva di dover obbedire anche analiticamente alle indicazioni che gli venivano date.

Poi quella convivenza continua, fatta di silenzio operoso. Credo che l’iconografia cattolica faccia un po’ torto a Giuseppe perché l’iconografia della famiglia di Nazaret è l’iconografia di Maria, Giuseppe e Gesù bambino, con una madre ancora giovane e un padre molto vecchio. Non so in base a che cosa abbiano deciso che san Giuseppe fosse così vecchio, perché se la Madonna aveva all’atto della sua maternità non più di 16-17 anni, credo che san Giuseppe ne avrà avuti al massimo 25-30, quindi era una famiglia perfettamente giovane.

L’iconografia più bella della famiglia di Nazaret rappresenta Giuseppe e Gesù che lavorano insieme e la Madonna che partecipa silenziosamente a questo lavoro, come una donna di quel tempo partecipava al punto più socialmente vivo della famiglia. Il punto più socialmente vivo e determinante della vita della famiglia è espresso dal lavoro che incide sulla vita della società.

Quindi il sostentamento e l’educazione sono stati la preoccupazione costante di Giuseppe verso questo figlio che, pur non essendo suo carnalmente, era il contenuto tipico della sua vocazione. La sua vocazione di fronte a Gesù, di fronte al Padre eterno e, quindi, di fronte alla storia, era di custodirlo: Redemptoris Custos. (…)

Giuseppe assume la responsabilità di custodire questo bambino in tutti i suoi aspetti, compreso quello, aperto al futuro, di prepararlo a un lavoro: Giuseppe non sapeva che questo lavoro sarebbe poi stato superato dall’assunzione esplicita della missione di Redentore da parte di Gesù, probabilmente non lo avrebbe capito e probabilmente non vi ha partecipato, ma lui sapeva che non poteva consegnare l’uomo Gesù alla sua storia se non rendendolo uomo che lavora, capace di lavorare.

Il lavoro non esauriva la vocazione di Gesù di Nazaret; la missione è la predicazione, i miracoli, la convivenza con i suoi amici, l’apertura a tutto il mondo, ma ha potuto esercitarla perché suo padre l’aveva inserito nel mondo come un uomo capace di lavorare e, quindi, capace di avere un rapporto positivo con la realtà. È diventato un rabbi perché era un lavoratore, non è diventato un rabbi perché è andato alla scuola teologica di Gerusalemme, tanto è vero che quella è l’obiezione che gli fanno gli scribi e i farisei: non ha studiato da nessuna parte, chi gli dà il potere, l’autorità per parlare come parla? Ma come tutti gli ebrei poteva parlare della parola di Dio perché era un ebreo adulto. (…)

Quando Gesù va nella Sinagoga, sale, si fa dare il libro e lo spiega: ogni uomo adulto in Israele poteva spiegare la Parola di Dio. Ma l’uomo adulto in Israele era l’uomo che lavorava. Giuseppe ha reso possibile questo impatto tra suo figlio e la realtà attraverso la mediazione del lavoro che gli aveva testimoniato e che Gesù aveva imparato.

San Giuseppe è un anche un uomo giusto, cioè un uomo che si assume tutte le responsabilità che gli sono indicate, ma nel leggere i Vangeli da questo punto di vista si capisce che la giustizia di Giuseppe, come la giustizia di Maria e di ogni cristiano, ha radice nella fede. Giuseppe è giusto perché crede, la radice della giustizia non è la progettualità dell’uomo e neanche la capacità presunta o reale di far fronte a certi ideali morali, la mentalità religiosa del tempo per esempio; la giustizia di Giuseppe è già la giustizia di cui parla san Paolo. La giustizia di Giuseppe è la giustizia della fede, è l’essersi fidato totalmente di Dio: ha saputo fidarsi, amare e lavorare per coloro che Dio gli aveva affidato.

Per questo il Papa scrive delle pagine molto belle, che restituiscono in qualche modo la sintesi della figura di Giuseppe oggi, quando scrive che il lavoro è espressione dell’amore. Giuseppe ha lavorato per sua moglie e per suo figlio, ha lavorato per suo figlio anche nel modo specifico con cui il padre insegna il proprio lavoro al figlio e in questo lavorare e insegnare al figlio a lavorare Giuseppe ha amato Dio e ha amato gli uomini.

«Nella crescita umana di Gesù – dice il Papa al n. 23 della Redemptoris Custos – “in sapienza, in età e in grazia” ebbe una parte notevole la virtù della laboriosità, “essendo il lavoro un bene dell’uomo” che “trasforma la natura” e rende l’uomo “in un certo senso più uomo”. (Laborem exercens, 9)».

In questo modo io ho creduto, richiamando con una certa ampiezza l’insegnamento di Giovanni Paolo II, di dare alla presenza di Giuseppe accanto a Maria e a Gesù il suo peso vero, il peso vero della fede, della laboriosità e, quindi, sinteticamente della giustizia.

Dio ha affidato suo Figlio a un uomo giusto e ha affidato a un uomo giusto la radice della giustizia. E in questa fede egli è accanto a Maria come uno dei due protagonisti ai quali Dio ha rivelato il segreto della rivelazione.


Nell’immagine in evidenza Georges de La Tour, Saint Joseph Charpentier, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
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