Non possiamo abbassare la guardia

Pubblichiamo l’omelia di mons. Luigi Negri pronunciata nella Cattedrale di Ferrara in occasione della Giornata della vita del 2016.  


Basilica Cattedrale di Ferrara – 7 febbraio 2016

Sia lodato Gesù Cristo!

Poiché siamo profondamente convinti di quello che la liturgia ha ricordato a tutti, cioè che l’unico fondamento della nostra speranza è la grazia che viene dal Signore, proprio per questo, ci disponiamo a vivere quello che il Signore chiede a ciascuno di noi.

Quello che chiede a me, e a questa comunità ecclesiale che guido non per meriti ma per disposizione della Divina Provvidenza, è di continuare l’insegnamento di cui abbiamo visto una prima e significativa esperienza nel brano bellissimo del vangelo di San Luca appena ascoltato (Lc 5, 1-11).

Si tratta di insegnare i fondamenti della verità cristiana, i fondamenti della certezza della fede che illuminano in profondità il cuore dell’uomo e lo rivelano a sé stesso, e che soprattutto rivelano a questo cuore, che si rinnova nell’incontro con Cristo, la possibilità di percorrere il sentiero buono della vita. È un sentiero in cui ci precede il Signore e la sua precedenza rende buona la nostra vita, al di là di lutti i limiti, le difficoltà, le sofferenze personali e sociali. Dunque ci ricorda oggi, e vi ricorda oggi attraverso il mio insegnamento, che il Signore ama la vita perché la genera: è dal Signore che viene la vita come un dono inaspettato, inatteso e non certo come un diritto che si possa andare a comprare nel marchingegno dei nuovi interessi economici.

Cattedrale di Ferrara

È un dono assoluto e che, come tale, si accoglie alla sua origine, lo si accompagna, con diverse responsabilità nei confronti della vita che tutti i cristiani hanno, cominciando dai genitori, all’incontro con Dio, quando e come Dio vuole. La vita è dono e noi lo dobbiamo difendere, e difendere Dio e i suoi diritti.

Infatti, attaccare la vita e offenderla è offendere Dio. Ci risuonano nel cuore e nella coscienza le grandi parole di san Giovanni Paolo Il: «la responsabilità coinvolge anche i legislatori, che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in cui la cosa dipende da loro, gli amministratori delle strutture sanitarie utilizzate per praticare gli aborti. Una responsabilità generale non meno grave riguarda sia quanti hanno favorito il diffondersi di una mentalità di permissivismo sessuale e disistima della maternità, sia coloro che avrebbero dovuto assicurare — e non l’hanno fatto — valide politiche familiari e sociali a sostegno delle famiglie, specialmente di quelle numerose o con particolari difficoltà economiche ed educative. Non si può infine sottovalutare la rete di complicità che si allarga fino a comprendere istituzioni internazionali, fondazioni e associazioni che si battono sistematicamente per la legalizzazione e la diffusione dell’aborto nel mondo. In tal senso l’aborto va oltre la responsabilità delle singole persone e il danno loro arrecato, assumendo una dimensione fortemente sociale: è una ferita gravissima inferta alla società e alla sua cultura da quanti dovrebbero esserne i costruttori e i difensori. Come ho scritto nella mia Lettera alle Famiglie, “ci troviamo di fronte ad un’enorme minaccia contro la vita, non solo di singoli individui, ma anche dell’intera civiltà”. Ci troviamo di fronte a quella che può definirsi una «struttura di peccato» contro la vita umana non ancora nata» (san Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae, 59).

Costoro offendono la natura stessa profonda della società. Così oggi, dunque, dico a voi che vi prodigate per la difesa della vita, in tutti i suoi momenti e secondo tutte le sue dimensioni, che il vostro adoperarvi appartiene in modo significativo e irrinunciabile alla presenza della Chiesa e al suo compito di evangelizzazione.

Noi non possiamo abbassare la guardia sui problemi della vita, perché, se lo facessimo, chiuderemmo il cuore e la nostra vita alla presenza del Signore.

Certo non escludiamo dal nostro dialogo ogni uomo che abita in questo mondo e che può avere le più diverse difficoltà psicologiche, affettive, culturali, ambientali ed etniche, ma vorremmo poter stabilire anche quel dialogo fra Cristo e l’uomo che passa attraverso noi, con il desiderio più profondo che presto o tardi, alla fine di tale dialogo, il nostro fratello e la nostra sorella possano percepire – attraverso le nostre testimonianze – la eco di quell’annuncio che chiama ogni uomo per nome.

Noi dialoghiamo con tutti e senza nessun a discriminazione, ma è un dialogo denso, vivo, che porta nella vita dei nostri fratelli l’annuncio cristiano. Noi non possiamo tacere ed è proprio nel dialogo che si fa viva la presenza di Cristo nella vita dei nostri fratelli.

Noi, però, non incontriamo solo persone ma incontriamo quelle che il Vaticano II, stranamente tacitato su questo punto, chiama «strutture di peccato».

Noi incontriamo concezioni ideologiche, affettive, psicologiche e medicali che sono palesemente contro la vita, che trattano la vita come un oggetto da manipolare ovvero conoscibile scientificamente in modo assoluto e manipolabile in modo tecnologico.

Con questa mentalità avversa alla vita e, quindi, avversa a Dio, non è possibile dialogare, perché questa posizione, nella sua formulazione ultima, ripropone la mentalità diabolica che cerca di estromettere Dio e Cristo dalla vita.

Verso questa mentalità e questa posizione c’è una sola parola ed è una parola di totale e assoluta disapprovazione.

Così sia.


mons. Luigi Negri, Omelia, Giornata della vita, 7 febbraio 2016