Pubblichiamo la prima parte di una lezione di don Luigi Negri tenuta in occasione di un ritiro della Fraternità di Comunione e Liberazione, il 28 gennaio 2001. Si tratta di una meditazione che fa riferimento al periodo liturgico che va dal Natale a quello del tempo ordinario. Sullo sfondo la Lettera apostolica Novo millennio ineunte di Giovanni Paolo II (SEGUIRANNO LA SECONDA E LA TERZA PARTE).
Questa breve riflessione, che cerca di rivivere il cammino che la Chiesa compie dal periodo di Natale a quello del tempo ordinario, cioè della vita di tutti i giorni, non può non raccogliere anche le grandi sollecitazioni spirituali e pastorali che il Papa (Giovanni Paolo II) ha rivolto alla Chiesa all’indomani della conclusione dell’Anno Santo, in quello straordinario documento che è la Novo millennio ineunte (lettera apostolica pubblicata al termine del grande Giubileo del 2000).
La frase che ci guida è quella che Giovanni Paolo II pone come chiave interpretativa e propulsiva di questo tempo: duc in alto. «Prendi il largo» (Lc 5,4), ha detto Cristo a Pietro. Bisogna andare al largo, bisogna sfidare la vita perché la fede è per la vita, è per il cambiamento della vita. La fede, che ci è data, si documenta, cioè diventa sempre più vera, nell’assunzione, nella risignificazione del quotidiano, del mangiare e del bere, del vegliare e del dormire, del soffrire, del lavorare, del morire. Ci è stata data la Grazia della sua venuta e il Natale è il ricordo della Grazia assoluta, della sua venuta, imprevista, imprevedibile, non deducibile da nessun antefatto. Il grande antefatto della nascita di Cristo era tutto l’antico testamento che gridava, soprattutto nella voce dei profeti, la venuta del Messia, ma la pienezza dei tempi l’ha stabilita il Padre eterno. La pienezza dei tempi è stato un momento storico preciso in una concretezza umana che sembrava assolutamente irrisorio: un bambino nato da una donna vergine in una oscurissima periferia del grande Impero.
Ci è stata data la Grazia della sua venuta perché cambi la nostra vita, perché dia alla nostra esperienza umana il respiro, la dignità. Diceva il nostro grande padre sant’Ambrogio (e questa è una di quelle frasi capitali dalle quali si può capire che si deve cambiare mentalità perché questo che dico adesso è il caposaldo della morale cattolica): «il primo e grande dovere del cristiano è di avere gratitudine». Di avere gratitudine per ciò che Dio gli ha fatto: la Grazia per il cambiamento della vita, la Grazia per andare al largo, entrare nel mondo, vivere con gli uomini, condividere la loro esistenza e comunicare a loro che c’è un altro modo di vivere la vita, il nostro; e questo modo nostro di vivere la vita è quello di Dio, perciò se lo accolgono entrano anch’essi, misteriosamente, quasi risibilmente, attraverso di noi, nel grande mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Dunque perché non possiamo non andare al largo? Perché non possiamo non desiderare il cambiamento della vita quotidiana? L’Ulisse dantesco ha sfidato il grande oceano perché non poteva stare al di qua delle Colonne d’Ercole, come ci ricorda il Senso religioso. Infatti l’uomo non è fatto per il già conosciuto, per il già saputo, per il già programmato, nonostante questi siano i dogmi della mentalità che ci governa. L’uomo è fatto per il Mistero, per navigare nel campo aperto della vita, portando nel campo aperto della vita quella Parola nuova che non dà il mondo e che ha potuto dire solo Dio in Gesù Cristo, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio.
Allora il primo passaggio è proprio il recupero breve ma intenso del Natale. Natale è la memoria dell’ingresso di Dio nella storia umana. Qualcosa che era impossibile agli uomini. Non un avvenimento nell’ordine di quelli che lo avevano preceduto, perché certo, dice l’autore della Lettera agli ebrei, Dio aveva parlato in vari modi e in vari tempi ai suoi figli, agli uomini; soprattutto, aveva parlato con il grande segno della creazione che è il suo segno più quotidiano e più continuo e, poi, aveva parlato attraverso la grande storia del popolo d’ Israele, con la sua chiarezza e la sua oscurità, con le sue gioie e i suoi dolori, con i tradimenti; sempre riprendendo il suo popolo dopo ogni tradimento e tenendo alta la grande promessa. Ma quello che accade «nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa» (Lc 3, 1-2) è qualcosa di inaudito. È Lui che viene: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Non è più quindi una mediazione, una profezia, un’attesa, un simbolo.
Il Verbo si è fatto carne e il tempo si è compiuto e quest’uomo, Gesù di Nazaret, Figlio di Dio – nella cui unica persona, come ci ricorda il Papa, convivono, in maniera distinta ma indisgiungibile, la seconda Persona della santissima Trinità e l’umanità piena, compiuta, di Gesù di Nazaret –, sfida i suoi compatrioti e nella sinagoga, di fronte a tutti, dopo aver evocato la più grande profezia dell’Antico Testamento, quella di Isaia, arrotola il libro, mentre «gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui» (Mt 4, 20), e fa la grande inaudita provocazione: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura, che voi avete udito» (Mt 4, 21). Il compimento di tutto è la sua presenza. «Sono io che parlo con te» (Gv 4,26). E nel cuore e nella coscienza di quella donna di Samaria quel grido ha portato la grande certezza che era Dio che era venuto, non un uomo che metteva gli altri uomini sulla strada di Dio, ma Dio che aveva aperto la sua strada verso l’uomo e l’aveva compiuta totalmente: «chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,9). Il Natale ricorda dunque che Dio è venuto e rimane, Dio è penetrato dentro la storia e vi rimane e, da quel momento e da quel punto, tutta la storia precedente trova il suo significato e tutta la storia successiva ha la sua definitiva collocazione.
Un punto della storia, Gesù di Nazaret morto e risorto, è il senso di tutta la storia. Abbiamo meditato il Natale con commozione, vivendo la liturgia del periodo natalizio in questo straordinario insegnamento che è la liturgia ambrosiana, e siamo stati costretti a prendere atto della assoluta specificità del Natale, del suo carisma che ci ricorda che Dio è venuto in un inizio, in un segno che ha mantenuto tutta la sproporzione tra l’assolutezza di Dio e ciò che si vedeva. «L’universo non ti contiene, o Figlio di Dio, eppure il grembo di una Vergine è diventato il tempio della Tua dimora» (preghiera della Liturgia ambrosiana). Il Natale è questo: Dio è venuto nella sua umanità, perciò iniziando in modo tale che quasi sembrava nulla, eppure era già tutto, maturava e cresceva. Era Dio che inizia ad essere storia e l’uomo è sottoposto alla legge della storia, dell’inizio, del maturarsi e del compiersi, perché l’uomo è spirito immortale in un corpo materiale.
Maria ha visto in quel bambino il segno di Dio ed era suo figlio, Colei che l’ha generato «in poveri/ panni il Figliol compose,/ e nell’umil presepio/ soavemente il pose; e l’adorò: beata!/ Innanzi al Dio prostrata/ che il puro sen le aprì» (A. Manzoni, Il Natale). Questo figlio suo, affidato alla sua cura materna, alla sua inevitabile trepidazione di donna, alla sua inevitabile progettualità, che una madre ha sempre per suo figlio, allo spazio e al tempo della casa di Nazaret, era Dio. Era Dio che succhiava il latte dalle sue mammelle e che iniziava a dividere il mondo fra quelli che lo affermano e quelli che lo odiano. Per questo bambino si dà la vita: santo Stefano; si dà la vita anche senza saperlo, i santi innocenti, forse la festa più tenera di tutta la cristianità.
Questo bambino è il senso della storia e la cultura universale, rappresentata dai Magi, viene dai quattro punti cardinali a piegare la testa di fronte a Lui e a offrirgli la vita; il senso profondo della vita non è più ricerca, la virtù suprema della vita non è più l’intelligenza, ma la fede. L’Epifania: questo avvenimento particolare è per il mondo, è per tutta la storia. La Chiesa sente che sulla base di questa grande manifestazione comincia il suo cammino di missione. Cos’è la Chiesa? Il popolo che deve manifestare a tutti gli uomini, di tutti i tempi, il Natale del Signore Gesù Cristo. Questo è il compito suo, per questo il Natale finisce nella bellissima festa del Battesimo, primo solenne riconoscimento di Dio, di suo Figlio. Poi la sua vita pubblica, la predicazione del regno di Dio, il cammino verso il compimento della sua missione nella morte e risurrezione.
Allora è evidente che, come Maria ha detto di sì incondizionatamente a questo segno, a questo Cristo presente nel segno di suo figlio, così anche noi dobbiamo dire incondizionatamente di sì al Natale della nostra fede; e il Natale della nostra fede è il Battesimo, perché nel Battesimo il grande mistero dell’Incarnazione di Dio ci afferra oggettivamente, ci coinvolge con Lui, nella povertà di un segno, un poco di acqua e la parola della Chiesa. Ma in questo inizio povero sta tutta la ricchezza che deve svolgersi, a una sola condizione: che questo inizio sia per noi tutto, la grande luce dell’intelligenza e il grande sostegno dell’affetto; sia per noi l’unica ragione della vita. La fede è riconoscere l’assolutezza di Dio nel suo inizio; la vita ci è data per riconoscere e attuare l’inizio del Battesimo nella concretezza, nella quotidianità degli anni che si rincorrono, perché anche noi possiamo vivere come Lui il nostro compito per arrivare definitivamente all’incontro con Lui. Il Natale è Dio che inizia nella storia umana. «Egli è qui», diceva il vecchio Simeone a Maria. Davanti a questa coppia di giovani (dovranno prendere questo bambino, venuto al mondo in circostanze così strane, e caricare le loro cose su un asino e andare in Egitto, esuli fino al loro ritorno…) Simeone, l’espressione ultima dell’Antico testamento, dice: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele» (Lc 2,34). Questo bambino, che è stato circonciso come un pio israelita, si sono pagate le due tortore in riscatto della sua vita da Dio, questo è il Salvatore e il giudice del popolo. Guai se pretendessimo l’evidenza che ci eviti ogni giorno di affermare che in questo inizio, in questa povertà è già contenuto tutto. La fede non è un’evidenza ma riconoscere e amare il mistero assoluto di Dio nella concretezza, nella povertà, nella provvisorietà, nella inizialità del suo segno. La cristianità di oggi ha più fede nel progresso tecnologico-scientifico, nella diplomazia, nella giustizia sociale che nella presenza di Cristo. Ed è perché non ha fede nella presenza di Cristo che non si muove, che non lavora perché l’umanità abbia una vita migliore. Una cristianità che è assolutamente, in modo evidente, alla mercé del potere mondano perché non vive più la fede, cioè il riconoscere che tutto ci è stato dato nella povertà del Figlio di Dio fatto uomo, nella povertà della Chiesa che, di questo Figlio di Dio fatto uomo, è corpo e presenza oggi.
