Pubblichiamo la terza parte della lezione di don Luigi Negri tenuta in occasione di un ritiro della Fraternità di Comunione e Liberazione, il 28 gennaio 2001. Si tratta di una meditazione che fa riferimento al periodo liturgico che va dal Natale a quello del tempo ordinario, in particolare alla festa della Santa famiglia (celebrata secondo liturgia ambrosiana nell’ultima domenica di gennaio). In coda al testo è possibile trovare i link alle altre parti e il pdf dell’intera lezione.
E allora l’ultimo passaggio, che non può non esser sottolineato oggi, in questa bellissima festa della Sacra famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria, riguarda la parola obbedienza, perché la missione ha un ultimo riferimento e si chiama obbedienza. L’uomo vive in una obbedienza naturale perché vive obbedendo a suo padre e a sua madre ed è un’obbedienza ontologica, perché senza padre e madre non sarebbe venuto al mondo. E un uomo obbedisce ai rapporti nei quali è intessuta la sua individualità: i rapporti sociali, i rapporti relazionali; ma, soprattutto, l’uomo vive quella fondamentale obbedienza che è l’orientazione all’altro sesso. È l’obbedienza, quindi, a quella comunione di vita e di rapporto che scrive la grande regola della vita, la grande regola del cosmo; perché, nell’obbedienza dell’uomo alla donna e della donna all’uomo, nell’obbedienza dei figli ai genitori, nell’obbedienza reciproca della vita sociale, l’universo cresce ordinato. L’identità è in noi il frutto dell’obbedienza, questo anche naturalmente, non ci vuol la fede, ci vuole il senso religioso, cioè la razionalità umana, per comprenderlo.
Questa è la grandezza della festa di oggi: il Signore Gesù ha vissuto questa obbedienza in prima persona, ha obbedito a suo padre e a sua madre, è stato in casa con i suoi. Dalla sua obbedienza è scaturita la novità: è nata la Chiesa ed è nata la famiglia, perché la famiglia e la Chiesa sono la stessa cosa, sono due espressioni di quel mistero del popolo nuovo che è nato dall’obbedienza di Cristo, Figlio di Dio, all’umanità. È venuto a «santificare – dice la liturgia – i dolci affetti della vita familiare». Santificare, rendere santi, cioè cambiare. La famiglia cristiana, come la Chiesa, è il luogo della presenza del Signore, è il luogo della memoria di Lui, è il luogo dove l’obbedienza diventa comunione, diventa corresponsabilità, diventa pienezza di rapporti, diventa giustizia e uguaglianza, nella diversità di compiti e di funzioni, non uniformità; perché il padre e la madre guidano e i figli seguono, ma in questa obbedienza reciproca nasce, diversificata e insieme una, la communio.
Oggi noi ricordiamo che Dio ha compiuto la struttura naturale dei rapporti familiari e dei rapporti sociali e ha creato la Chiesa, il popolo dove Egli è presente, dove Egli guida, dove Egli insegna, dove Egli cambia la nostra intelligenza e il nostro cuore. È la famiglia la prima espressione della Chiesa, la più familiare, la più concreta, quella nella quale il mistero di Cristo diventa carne e sangue, diventa tempo, diventa spazio, diventa affezione, diventa lavoro comune, diventa compassione, diventa perdono, diventa educazione, diventa cultura, diventa flusso di presenza nella vita sociale perché la vita sociale sia più libera, cioè più rispettosa del mistero di Dio e del mistero dell’uomo. La Chiesa è andata in missione fondamentalmente attraverso la famiglia. La concretezza dell’evangelizzazione si è realizzata nelle famiglie cristiane, luogo della memoria, luogo della condivisione, luogo della missione; nei padri, nelle madri, nella loro unità piena di devozione perché totalmente affidata al mistero di Cristo presente. Così far nascere un figlio non significa soltanto incrementare la procedura della biologia universale, ma far nascere un uomo che è figlio di Dio. Significa offrire a Dio la propria opera perché nasca un nuovo figlio di Dio sulla terra dal momento che l’uomo è l’unico essere dell’universo che Dio fa nascere per sé.
Ringraziate Dio se vi ha dato questa vocazione perché significa partecipare, in maniera così diretta, così profonda, così umana, così concreta, alla realtà ecclesiale. San Paolo riguardo al rapporto tra marito e moglie dice: «Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» (Ef 5, 32). La Chiesa riconosce nella famiglia la sua prima emergenza, la sua prima soggettività ecclesiale: piccola Chiesa domestica. Riconosce nella natura della famiglia questo fondamentale dovere di condivisione, di generazione e di educazione, questo dovere di assecondare la grande missione ecclesiale. La famiglia, come la Chiesa, ci ricorda che non si cresce se non obbedendo, ma questa obbedienza è l’obbedienza del Figlio di Dio che, obbedendo, ha cambiato la vita e la storia e ci fa vivere nel mondo nuovo. Nelle nostre famiglie c’è un pezzo reale del mondo nuovo ed è un mondo nuovo anche quando c’è il male riconosciuto come tale e confessato come tale; è un mondo nuovo anche quando, come dice san Paolo, ci si deve perdonare: «Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato voi in Cristo» (Ef 4, 31). Perché non c’è niente che dica meglio il “nuovo” di Dio che quella cosa che solo Dio può esercitare e che ci ha trasmesso nelle nostre mani: la capacità di perdonare.
Amici miei, abbiamo commemorato il Natale perché la nostra navigazione nella vita si svolga più decisa. Duc in altum! Esci, vai al largo, porta nel largo della vita, nel largo dei rapporti, nella trama delle difficoltà quotidiane, là dove fai esperienza della tua grandezza e, quasi non vorresti riconoscerlo, esperienza della tua vergognosa povertà, il “nuovo” che Dio ti ha dato. Quel “nuovo”, che Dio ti ha dato, ti è stato consegnato come un seme che deve svilupparsi e tu devi essere la terra in cui questo seme si sviluppa. La terra della tua vita è la libertà che deve riconoscere ogni giorno che tutto ti è già stato dato perché questo tutto possa cambiare la tua vita e, attraverso la tua vita cambiata, cambiare il mondo. Duc in altum! Vivi il quotidiano non come una banale sopravvivenza che ha qualche fremito nel successo economico o nel successo estetico. Gli unici fremiti che questa umanità bolsa e istupidita sembra percorrere sono i fremiti del potere e i fremiti della gratificazione psico-affettiva. E, quando la vita degli uomini è flagellata dal dolore, è come se si smarrissero completamente e non avessero quasi più nessuna possibilità di dire “io”. Il miracolo che portiamo è saper dire “io” di fronte a sé stessi e di fronte al mondo. Duc in altum! Viviamo la missione alla quale serve tutto: anche l’ora delle tenebre serve alla missione, perché il Venerdì Santo è l’ora delle tenebre per la Risurrezione. Il cristianesimo non è nel chiaro-scuro del Sabato Santo, il cristianesimo nasce nella certezza della domenica di Pasqua, nella certezza di Cristo morto e risorto, Signore della vita, di tutta la vita, di coloro che l’hanno preceduto e di coloro che lo seguiranno. Duc in altum! Vi è stata messa in seno una misura buona: è una misura che deve scuotere la vostra esistenza, non perché tutto debba necessariamente andar bene ma perché tutto deve essere vissuto nella certezza che Egli può tutto. «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13).
E vi prego di prestare veramente attenzione alla sottolineatura che ho fatto del miracolo perché rischiate di non riconoscere i miracoli che si agitano dentro la vostra vita e la vita dei vostri amici. C’è una dimensione di miracolo che segue la vita della Chiesa in tutti i suoi momenti e benedetto Iddio che ci ha permesso di partecipare a un’esperienza di Chiesa tale per cui la dimensione del miracolo è molto più quotidiana di quanto voi non immaginiate. Occorre soltanto avere occhi per vedere e, allora, chiedete al Signore che vi faccia vedere i miracoli nei quali vi ha implicato e, magari, vi ha reso protagonisti per gli altri senza che ve ne accorgiate. Ringraziate Dio che questa obbedienza, che cambia la vita e la storia, nell’esperienza umana si chiama Chiesa: un popolo che nasce dal Signore, che ospita il Signore, che vive della presenza del Signore, che ne mangia il Corpo e ne beve il Sangue, che vede il Signore presente come grande forma della propria intelligenza e della propria affezione. Riconoscete che questa affezione, questa obbedienza nuova, si chiama Chiesa, si chiama famiglia: che la Chiesa e la famiglia siano riconosciute come la grande presenza di Cristo che salva il mondo. Questa è una cosa che non può non riempire la nostra vita di gratitudine ed è una gratitudine che viene prima di tutti i nostri “se”, “ma”, “però”, “chissà”, perché Iddio non ci ha promesso che non avremmo pianto, ma che non una lacrima sarebbe andata persa. Egli viene vicino a noi ad asciugare le lacrime delle gioie e dei dolori nella vita quotidiana.
Luigi Negri, Nel Natale il miracolo della vita nuova, Meditazione per il ritiro di un gruppo della Fraternità di Comuunione e Liberazione, 28 gennaio 2001 (terza parte)
Qui è possibile trovare la prima parte della lezione: L’Epifania: in un bambino si è rivelato il senso della storia
Qui è possibile trovare la seconda parte della lezione: Il miracolo nel quotidiano
