Il miracolo nel quotidiano

Pubblichiamo la seconda parte di una lezione di don Luigi Negri tenuta in occasione di un ritiro della Fraternità di Comunione e Liberazione, il 28 gennaio 2001. Si tratta di una meditazione che fa riferimento al periodo liturgico che va dal Natale a quello del tempo ordinario. Sullo sfondo la Lettera apostolica Novo millennio ineunte di Giovanni Paolo II. (A SEGUIRE LA TERZA PARTE) 


Allora il secondo passaggio: il Natale è Dio che entra nella storia ma la storia cos’è? Il Natale è Dio che entra nella storia umana, ma qual è la caratteristica della storia umana? La storia umana ha la caratteristica della libertà perché l’uomo è libertà. Dio è entrato nella storia dell’uomo, nella libertà e, quindi, provoca la libertà. Dio è entrato nella storia perché la libertà di Gesù ha accettato la sua unione ipostatica con il Verbo, perché l’uomo Gesù ha detto sì: «faccio come il Padre mi ha comandato» (Gv 14,31). Ma Dio è entrato nella storia umana non solo per la libertà di Gesù, ma anche per la libertà di Maria. Perché solo la libertà di Maria ha reso possibile che il Figlio di Dio diventasse realmente uomo, dal momento che non esiste uomo sulla terra che non sia nato dal ventre di una donna. Gesù di Nazaret è figlio di Dio incarnato perché sua madre ha detto all’angelo «avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1, 38). Il Natale è venuto nella libertà e per la libertà di Maria; il Natale viene nel mondo per la libertà e nella libertà di coloro che dicono “ci sto”; il Natale si rinnova nel mondo per la libertà della Chiesa che dice al Figlio di Dio: “ti credo, ti riconosco, ti proclamo, ti annunzio”. Il Natale, che è l’assoluta grazia di Dio, esige la libertà; la esige strutturalmente, la esige continuamente; la fede è per la libertà, si compie, si matura, si esprime, si realizza nella libertà; per questo, amici miei, l’avvenimento di Cristo, che si rinnova continuamente nel mistero della Chiesa, e si rinnova in modo assolutamente oggettivo nella celebrazione dei Sacramenti, esige che, ogni giorno, ogni momento, noi offriamo a questa Presenza tutto. Dice il Concilio Vaticano I: «quando Dio si rivela, dobbiamo prestargli, con la fede, la piena soggezione dell’intelletto e della volontà».

Il Natale avviene nella fede e nella libertà, si compie e si matura, diventa inizio di cammino e di storia, soltanto se io rinnovo continuamente la mia risposta. Per questo il Battesimo è come un segno di vita nuova, un lievito di vita nuova che scuote tutta la massa della farina, come si legge nel Vangelo: «Il regno di Dio è simile a un po’ di lievito che una donna ha preso e ha mescolato in una grande quantità di farina, e a un certo punto tutta la pasta è lievitata» (Mt 13, 33). Questa è la grandezza della fede: che provoca continuamente la nostra libertà. Di fronte ad ogni circostanza della vita noi dobbiamo dire di sì, come è scritto nel Senso religioso nel XIV capitolo. Dire di sì a Cristo nell’istante vuol dire entrare dentro l’esistenza con la certezza della sua compagnia, con la forza della sua compagnia; non con la presunzione di risolvere ogni problema, non nella presunzione di dominare tutte le nostre difficoltà o del successo che ci verrà dato, ma nella certezza che questa fede che noi proclamiamo, mentre cambia la nostra esistenza, cambia il mondo.

La dimensione autentica della vita è la missione: vivere la fede, la certezza del sì a Cristo nelle concrete circostanze della vita, rinnovando continuamente la nostra adesione a Lui come luce della nostra esistenza. È da questa realtà riconosciuta che noi vogliamo tutti i giorni trarre i criteri di giudizio e di comportamento. È da lì che traiamo l’energia con la quale rinnovare ogni giorno la fatica del nostro starci, di fronte a noi stesi, di fronte alle cose. Occorre riconoscere il nostro Battesimo, rivivere il nostro Battesimo, perché da questo rivivere scaturisca ogni giorno più chiaro il compito che il Battesimo ci ha dato: la missione, portare Cristo agli uomini. La missione non è lavorare, è lavorare perché Cristo sia annunziato; la missione non è sposarsi, è sposarsi perché Cristo sia annunziato. La missione non è la tranquillità della vita, può anche avvenire nel dolore lacerante della morte; ma tutto deve essere vissuto nella certezza di Cristo ed è, nella certezza di Cristo, che il mangiare e il bere, il vegliare e il dormire, il vivere e il morire si modulano con una umanità che il mondo non conosce, nella grande letizia cristiana che tutto serve, che tutto è utile, che tutto è positivo. Questa pace ultima, «la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori», dice san Paolo (Col 3,15). Questa suprema positività della vita è vissuta nella varietà più grande delle circostanze.

Allora diciamo quella parola che anche la nostra Chiesa, per una certa mancanza di fede che si è ormai diffusa, fatica a dire. La dimensione della missione quotidiana è il miracolo: che cambi la tua vita e che tu cambi il mondo attraverso la tua vita. Possiamo già testimoniarcelo: quella straordinaria capacità di positività che ritroviamo nelle nostre giornate, nonostante tutti i nostri “se” e tutti i nostri “ma”; quella benevolenza verso di sé, quella maggior bontà verso gli altri che magari alla soglia dei sessant’anni comincia a diventare più quotidiana. «La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù», ha detto san Paolo (Fil 4-7). Non è un miracolo il modo in cui la nostra vita quotidiana scorre? Non è un miracolo quell’ultima letizia con la quale tanti di noi hanno portato e portano il dolore? Non è un miracolo questa capacità di accoglienza reciproca, di condivisione della vita, dei bisogni? Non è un miracolo che ognuno di noi, girando il mondo nelle più diverse necessità, sappia che non è mai solo e possa incontrare qualcuno che ha la fede come lui, trovando nella sua casa una casa anche per sé? Non è un miracolo che fra di noi nascano i bambini, quali che siano le circostanze della loro nascita? Non è un miracolo la profonda umanità con la quale si vivono la gioia, il dolore e la morte? La dignità del dolore e, insieme, un’ultima letizia, che sembrano impossibili al mondo, sono tali che molti sono venuti a dirci che, essendo venuti ai nostri matrimoni o ai nostri funerali, hanno sentito per la prima volta che l’avvenimento di Cristo è una cosa vera perché cambia il quotidiano. Il Signore ha trasformato l’acqua in vino, noi siamo chiamati a portare avanti lo stesso miracolo perché portiamo avanti la sua missione. La vita del mondo intorno a noi è incolore, inodore, insapore come l’acqua; la nostra testimonianza, che tutto appartiene al mistero di Cristo e che in tutto si rivela il mistero, dà colore e sostanza alla vita. Ringraziamo Dio perché è copiosa questa testimonianza.

Riconoscere il Natale, cioè riconoscere il Battesimo, significa riconoscere che tutto è stato dato lì e da lì tutto si sviluppa; da lì e per lì tutto diventa missione. Bisogna chiedere a Dio di riconoscere la propria vocazione ed abbracciarla, qualunque essa sia. Anche se non è quella che per qualche tempo abbiamo pensato. Non esiste nel mondo cristiano l’ideale balordo dell’uomo che non fa niente, che non è certo, che vive alla giornata, seguendo come unico progetto l’incremento del suo potere economico. La vocazione cristiana è restituire a Dio tutto quello che ci ha dato e restituirlo nella concretezza quotidiana dove allora tutto diventa materia di missione e tutto diventa centuplo. È il primo aspetto, come ha scritto in modo indimenticabile qualche nostro amico in una delle sue ultime lettere agli amici che l’hanno accompagnato nel lungo e difficile cammino verso l’incontro con il Signore: «voi, amici miei, siete stati il mio centuplo quaggiù». Abbiamo ricevuto il Battesimo per vivere la missione; abbiamo ricevuto il Battesimo e la nostra compagnia ci ha educato a prenderne coscienza. Il Movimento e la Fraternità sono il modo misterioso, gratuito e concretissimo, e perciò stringente, con cui non ci è stato dato un altro Battesimo, ma abbiamo preso coscienza del nostro Battesimo e siamo stati aiutati a svolgerlo conseguentemente nella vita. Perciò la maturità della vostra vita, amici miei, si chiama missione ed è vissuta nel quotidiano, nel mangiare e nel bere, nel vegliare e nel dormire, nel vivere e nel morire. È in questa esperienza di annuncio di Cristo, nelle contingenze della vita, vissute non più per noi stessi ma riconoscendo che Lui è il senso di tutto, che ritroviamo la dimensione del miracolo. Ringraziamo Iddio perché ci ha fatto sperimentare questa dimensione molte volte, continuamente, attraverso le grandi gioie e i grandi dolori dei quali ha riempito la nostra esistenza di persone e di popolo.


Luigi Negri, Nel Natale il miracolo della vita nuova, Meditazione per il ritiro di un gruppo della Fraternità di Comuunione e Liberazione, 28 gennaio 2001 (seconda parte)

Qui è possibile trovare la prima parte della lezione: L’Epifania: in un bambino si è rivelato il senso della storia