Giussani: profeta e testimone

Pubblichiamo, nella ricorrenza dell’anniversario della morte di don Luigi Giussani (22 febbraio 2005), un estratto del volume di mons. Luigi Negri dedicato all’incontro con il fondatore di Comunione e Liberazione (Con Giussani. La storia e il presente di un incontro, Edizioni Ares).


Incontrare don Giussani ha significato, fin dal primo momento, incontrare una persona che puntava sull’uomo; non puntava immediatamente su Dio, ma sul senso della vita, sulla domanda di bene, di bellezza e di giustizia che anima il cuore umano, che avrebbe definito, ne Il senso religioso, come indistruttibile. Il suo insegnamento rendeva quasi plasticamente presente l’immagine dell’uomo alla ricerca del mistero, proteso ad andare inesorabilmente oltre ogni acquisizione e certezza, scoprendo sempre, al di là di ciò che era stato acquisito, il fascino di quello che doveva essere ancora raggiunto. La grande intuizione di Pascal, «l’uomo supera infinitamente l’uomo», esprimeva la dimensione più profonda del suo cuore. Era il cuore di un uomo inesorabilmente impegnato nella ricerca, incapace di chiudersi nell’àmbito di ciò che era saputo perché spinto ad andare sempre oltre, con il desiderio di aprire sempre nuove dimensioni, nuove possibilità di conoscenza e di amicizia con gli altri fratelli uomini. Era capace di aprire approfondimenti della lettura del mistero sempre nuovo e, quindi, antico dell’uomo che torna continuamente a cercare ciò che dà valore alla vita. L’esperienza eccezionale, che facevamo come suoi studenti, era proprio quella di essere, grazie a lui, svelati a noi stessi: scoprivamo cioè che la nostra natura di uomini era costituita da quelle domande di senso riscontrabili nelle opere dei grandi autori della filosofia classica, come Platone e Aristotele, della letteratura, come Dante, Leopardi, Manzoni, senza trascurare pensatori e scrittori contemporanei, come Montale, Camus, Pavese.

A un ragazzo di diciassette anni, che veniva da una solidissima tradizione cattolica, come ero io, cresciuto in un’esperienza formidabile di vita di parrocchia attraverso l’oratorio, che aveva frequentato una scuola media inferiore sostanzialmente non avversa alla tradizione, che cosa colpiva di Giussani? La sua apologetica del mio cuore, non la sua apologetica di Dio. È come se avesse detto a noi, che incontrava all’inizio del suo percorso (il primo anno era dedicato all’insegnamento sul senso religioso, il secondo all’insegnamento su Cristo, il terzo all’insegnamento sulla Chiesa), qualcosa di questo genere: «guardate che voi siete più grandi di quello che pensate; guardate che c’è qualche cosa di determinante nella vita umana: ciò che cercate senza saperlo; quello di cui sentite il bisogno; ciò che desiderate profondamente». Insomma sapeva risvegliare, in noi ragazzi, il desiderio della conoscenza vera della propria identità, il senso profondo della propria vita, l’origine del tempo e del cammino che avremmo dovuto svolgere e vivere nella varietà delle stagioni o delle circostanze che avrebbero determinato la nostra vita di uomini.

Ecco, allora, definirsi la prima immagine di Giussani nella mia vita: l’uomo che puntava sull’uomo, l’uomo che puntava sul riconoscimento della propria umanità. Per me fu una scoperta straordinaria, fu come uscire da un bozzo che mi aveva tenuto sufficientemente custodito fino allora, ma che mi buttava in un paragone con la realtà della scuola superiore, contrassegnata dal laicismo della scuola statale della fine degli anni Cinquanta, quasi senza protezione, quasi senza aiuto. Migliaia, centinaia di migliaia di giovani cattolici hanno perso la fede nella scuola statale laicista, che proprio nei licei classici di città come Milano faceva la sua prima comparsa, incominciando a imporre una visione della vita e della realtà sostanzialmente atea. (…)

Se riguardo ai miei anni del liceo, quando tale mentalità laicista era solo agli albori, non posso non riconoscere il carattere quasi profetico dell’insegnamento di Giussani, la sua capacità di leggere il tempo nel suo evolversi e la radicalità con la quale ci educava al senso religioso, come vera e autentica prospettiva per leggere e interpretare la realtà. Giussani mi ha insegnato, come poi ho potuto verificare e approfondire lungo tutta la mia esistenza, che la vita ha valore in quanto è aperta a una ragione che la supera misteriosamente e che, proprio in questo accettare di essere superati, sta la consistenza della dignità e della vita umana. La vita umana non è grande perché arriva a capire qualcosa, magari anche in modo analitico e rigoroso, riuscendo così a dominarlo e possederlo; la vita umana è grande perché è continuamente sfidata dal mistero. Giussani si è lasciato continuamente superare dal mistero, inesorabilmente presente e insieme lontano, e ce lo ha testimoniato come l’autentico destino della vita.

Da don Giussani, come me, intere generazioni di giovani studenti hanno imparato che il vertice della religiosità è l’apertura alla categoria della possibilità e quindi che la rivelazione non è contraria alla ricerca: quel «Dio, se ci sei, rivelati a me» di manzoniana memoria, così come l’intuizione di Platone contenuta nelle pagine del Fedone sulla convenienza della «parola rivelata di un Dio», sono echeggiate infinite volte nel suo insegnamento.

Questa è stata la cultura tramandataci da don Giussani: non una cultura specialistica, ma una cultura contrassegnata dalla trasmissione dell’impegno dell’uomo con la propria umanità, cioè del suo modo di essere e di esistere nella realtà. Come non ritrovare, in questa prospettiva esistenziale di presentare la profonda e radicale dimensione culturale dell’uomo, una piena sintonia con Giovanni Paolo II e il suo modo di intendere la cultura? Come non ricordare le sue parole all’Unesco? «La cultura è ciò per cui l’uomo in quanto uomo diventa più uomo, “è” di più, accede di più all’essere». (…)

In Giussani non era testimoniata solo la domanda sul destino dell’uomo ma anche la grazia di un uomo che ha trovato e ha assistito, con timore e tremore, l’affermarsi del mistero nella propria vita, cosicché era evidente che la sua vita non era semplicemente tesa verso un obiettivo o l’altro idealizzato, ma si muoveva perché il mistero, resosi presente in Gesù Cristo, la occupasse sempre di più fino a possederla totalmente. Da lui ho imparato che questa vita, veramente nostra perché la riceviamo da Dio come dono preziosissimo, trova la grazia di un compimento nella presenza di Cristo, vero uomo e vero Dio, comunicazione definitiva ed eterna del mistero di Dio agli uomini. Noi, che da lui abbiamo imparato a ricercare, da lui abbiamo imparato anche la gratitudine per la grazia dell’incontro. Ci ha insegnato a riposare ogni giorno nella casa nuova e definitiva di questo incontro, dove la nostra umanità, finalmente certa, ha iniziato un cammino positivo verso il fine della vita. Un passo certo e sicuro, non lungo il sentiero che porta al nulla, come ha sempre ricordato la grande tradizione cattolica, ma un passo sereno e sicuro verso il compimento della gloria di Cristo risorto in noi. Ci ha insegnato, vorrei dire con tenerezza, a entrare nello spazio del mistero di Cristo, a partecipare stupiti e commossi della sua vibrante Presenza. Ci ha insegnato a vivere della commozione che nasce nella consapevolezza della presenza di Cristo e ci ha insegnato che questa vita nuova, che sgorga dal cuore di Cristo, consegnata alla nostra piccola libertà, non può non diventare una grande tensione a comunicare Cristo a tutti i nostri fratelli uomini. Ci ha insegnato ad amare ogni uomo, senza discriminazione e indebite selezioni, ogni uomo che vive accanto a noi, come destinatario del grande annunzio della liberazione cristiana. Per questo e in questo abbiamo sentito che tutti i nostri fratelli uomini dovevano essere invitati a essere parte di una compagnia chiamata ad assumere sempre più consapevolmente la grazia della vita della fede e della missione.

Per chi lo incontrava era evidente che egli era un credente per il quale la fede in Cristo rispondeva davvero all’uomo. Emergeva, nella sua straordinaria umanità, la certezza della risposta alla domanda umana: una risposta reale, intesa non come ideologia, non come valori, non come princìpi astratti, ma come esperienza. Ciò che egli testimoniava era l’incontro vincente fra Cristo e il cuore dell’uomo: Cristo come soluzione reale e positiva che Dio ha donato alla vicenda umana. Questo è ciò che mi affascinò, perché affermare che Cristo è la risposta significa aprire un cammino verso un’esperienza diversa, l’esperienza del confronto fra la domanda e la risposta. Sintetizzando l’itinerario del suo corso fondamentale di teologia, tenuto per tanti anni in Università Cattolica, disse una volta, citando Reinhold Niebhur, pensatore protestante a cui aveva dedicato studi approfonditi, «niente è tanto incredibile quanto la risposta a una domanda che non si pone». L’uomo è una domanda, ma senza l’educazione a vivere questa domanda, si corre il rischio che Cristo si riveli e l’uomo non se ne accorga. D’altra parte, se si predicasse Cristo senza nessun riferimento alla domanda umana, sarebbe «un Cristo di plastica», come lo ha definito con un’immagine di straordinaria efficacia Claudio Chieffo nella sua canzone La casa. Un Cristo che non avesse incidenza sulla vita umana, che non cambiasse il mangiare e il bere, il vegliare o il dormire, il vivere e il morire, la vita sociale, la vita politica, un Cristo che non c’entrasse con la vita, sarebbe un Cristo di plastica.


Tratto da Luigi Negri, Con Giussani. La storia e il presente di un incontro, Edizioni Ares, pp. 18 – 26.