Nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, riportiamo un’intervista rilasciata da mons. Luigi Negri per il volume Interviste su Lourdes, pubblicato nel 2009 per le Edizioni San Paolo, a cura di Edoardo Caprino e Paolo Scarpa. Le domande dell’intervista riguardano la riconciliazione poiché il tema annuale della pastorale dei Santuari di Lourdes di quell’anno era stato formulato attraverso l’espressione paolina «lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5, 20).
Il credente e il tema della riconciliazione. Il sacramento della confessione viene vissuto da molti come desueto, un fatto inutile all’interno della propria vita cristiana. Monsignor Luigi Negri in questa intervista riesce a trasmettere la gratuità, il dono che questo sacramento porta a ogni credente. Partendo dal titolo del tema proposto da Lourdes, «Lasciatevi riconciliare con Dio», egli suggerisce una pista di riflessione che ci porta a ben comprendere e distinguere i termini in oggetto, tra i quali perdono ed oblio.
«Lasciatevi riconciliare con Dio». Non sempre l’uomo è capace di accogliere questo invito. Quale predisposizione d’animo occorre perché ciò si possa verificare pienamente?
La disposizione fondamentale è quella di un senso profondo della propria umanità, e vorrei dire di più, quello che adesso è così difficile: un’affezione alla propria umanità; la nostra umanità è una umanità povera e grande insieme, capace di grandi slanci, grandi ideali, che poi si immeschinisce in piccoli progetti. È soltanto il senso acuto del proprio bisogno umano che apre a comprendere la grande riconciliazione dell’uomo con Dio e, quindi, dell’uomo con sé stesso, che avviene per opera di Dio.
«Perdonare sino a settanta volte sette». Non sempre è facile accogliere questo monito. Quale differenza fra perdono e oblio?
La differenza fra perdono e oblio è una differenza fondamentale. Il perdono mantiene chiaro il giudizio sull’offesa fatta o subita, ma il valore di questa offesa, il senso di questa offesa non si gioca fra le persone che sono implicate in questo avvenimento; si gioca nel rapporto fra queste persone e Dio e Dio ricostituisce la nostra umanità nonostante il peccato. L’oblio è una cosa banale, il tentativo di dimenticare; a parte il fatto che non ci si riesce quasi mai fino in fondo, se non a prezzo di atteggiamenti disumani, l’oblio non risolve nulla, non pacifica con ciò che è accaduto e non pacifica con ciò che si è fatto; è la differenza che c’è fra compagnia-misericordia e convivenza-tolleranza. La tolleranza è la convivenza di estranei: si vive estranei al proprio male e al male degli altri, ma vivere estranei a sé stessi e agli altri è una situazione patologica.
La confessione, strumento di riconciliazione. Questa modalità di rapporto con Dio viene vista da alcuni come desueta, antica. Come farla vivere e apprezzare pienamente?
La riconciliazione potrebbe tornare ad essere un fatto vivo quanto più la persona percepirà di vivere nell’appartenenza alla Chiesa un cammino verso la pienezza della propria umanità e, quindi, quanto più si renderà conto che questo cammino è segnato dai limiti, dagli errori, dai peccati; questa esperienza potrà metterla così di fronte alla grande presenza di Cristo, presente sacramentalmente nella Chiesa, e particolarissimamente di fronte al grande potere di Cristo di rimettere i peccati. La riconciliazione non è un incontro di pura direzione spirituale fra il singolo e il prete; è l’incontro con il potere di Cristo di perdonare i peccati, perché il prete è l’espressione sintetica e assolutamente rigorosa e assolutamente discreta del potere di Cristo stesso.
Giovanni Paolo II e il perdono chiesto per le colpe che alcuni uomini della Chiesa hanno commesso nei secoli precedenti. Quale grandezza in quel gesto?
La richiesta di perdono per comportamenti non coerenti con il Vangelo (era questo il termine che Giovanni Paolo II usava), non implicava nessun giudizio di carattere culturale, ma era un giudizio di carattere morale. lo credo che chiedere perdono per atteggiamenti incoerenti o per colpe commesse da cristiani delle generazioni precedenti abbia avuto un grande valore educativo nel presente. Ha richiamato nella comunità cristiana di oggi la necessità di essere vivamente, almeno come tentativo, coerente con il Vangelo in modo da presentare una testimonianza più limpida possibile. L’effetto più grave, che dal punto di vista della presenza della Chiesa si compie attraverso le nostre incoerenze, è che nella sua globalità l’annunzio è meno credibile.
Don Giussani, il suo maestro, e il perdono. Ha al riguardo qualche ricordo, qualche suo particolare insegnamento?
Io credo che don Giussani ci abbia fatto percepire il perdono come una espressione assolutamente unica ed eccezionale dell’avvenimento di Cristo: il perdono riedifica, rigenera. Ho imparato da lui questa precisione per quanto è possibile riguardo all’uso della parola riconciliazione. Ricordo che spesso diceva che lui era rimasto molto colpito, in seminario, dalla narrazione della vita di san Carlo Borromeo che si confessava tutti i giorni e, quando si inerpicava a dorso di mulo per le cinque visite pastorali che aveva fatto in poco più di dieci anni nella diocesi, portava con sé solo il proprio confessore. Il perdono è un reingresso nella ontologia salvata, dalla quale il peccato ci allontana e, perciò, possiamo essere richiamati a parteciparvi. Il peccato non rompe il potere di Cristo che è più grande del male, esattamente perché ha tolto al male la possibilità di essere un’alternativa reale a Dio.
La riconciliazione deve avvenire prima di tutto con sé stessi. È vero? E se sì, con quale spirito?
La riconciliazione deve avvenire prima di tutto con sé stessi; ma io credo che la riconciliazione debba avvenire dove è giusto che avvenga. Quindi può essere che ci siano riconciliazioni con persone che sono così determinanti o sono state determinanti nella nostra vita da propiziare la riconciliazione con noi stessi. In altri casi è evidentemente l’opposto: si comincia con la riconciliazione con noi stessi e poi la si conquista lentamente anche nei confronti degli altri. Io credo che comunque lo spirito della riconciliazione con sé stessi debba essere lo spirito di chi riconosce ed è certo che la sua storia è storia di salvezza, quindi di tutti i fattori, anche di quelli che rimangono per molto tempo enigmatici o incomprensibili: penso a tante morti improvvise, premature, di persone amiche che certamente, prima o poi, diventeranno chiare. Quindi la riconciliazione è, come dire, un affidarsi alla misericordia di Dio e alla sua provvidenza, aspettando anche il tempo suo della chiarificazione di tutti i fattori.
Sempre è possibile il perdono?
Il perdono è sempre possibile se lo si chiede; credo che non sia mai possibile se lo si concepisce come un progetto moralistico. È sempre possibile se ci si rivolge alla fonte del perdono e si dice, come dice il messale: Parce, Domine, parce populo tuo.
